22/11/’63 (2011), di Stephen King

Ma io credo nell’amore, sapete. L’amore è vera magia portatile: non credo sia nelle stelle, ma credo che sangue chiami sangue e mente chiami mente e cuore chiami cuore.
Quando vidi per la prima volta questo romanzo in libreria e lessi cose tipo “viaggio nel tempo” e “impedire l’assassinio di Kennedy” pensai che sì, avevano ragione i sostenitori della tesi del rimbecillimento totale di Stephen King. Poi, circa una settimana fa, arenandomi nei meandri di questa perversa blogosfera, sono inciampata in diverse entusiastiche recensioni (quella di Mr. Ink su Diario di una Dipendenza in particolare), per cui, poco dopo (mai come in questo post il tempo può essere relativo) avevo tra le mani la sua overture:
Non sono mai stato un uomo facile alle lacrime. 
Un giorno, mia moglie mi disse che il mio «gradiente emotivo pari a zero» era il motivo principale per cui mi stava lasciando. Come se il tizio che aveva conosciuto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi non c’entrasse per niente. 
E non ho più pensato ad altro.

Jake Epping, insegnante di inglese al liceo di Lisbon Falls, chevelodicoafare nel Maine, viene contattato dal gestore della sua tavola calda preferita, Al Templeton, che gli rivela, nel suo retrobottega, la presenza di un gap temporale, un buco del coniglio, una bollicina. Attraversando alcuni gradini immaginari, Jake si ritrova non solo nella Terra di Allora del ’58, ma alle 11:58 del 9 settembre 1958. Aldilà di quello strappo, saranno sempre le 11:58 del 9 settembre ’58, perché ogni passaggio riazzera tutto (“ogni volta è la prima volta“). Quando Jake tornerà indietro nel presente, nella Terra dell’Avvenire, saranno passati sempre e solo due minuti, sia che sia semplicemente andato a farsi una root beer alla Kennebec Fruit Company, sia che abbia trascorso cinque anni nel passato. A cosa può servire una scoperta del genere? A comprare chili di carne di manzo a poco prezzo, certo, ma anche a cambiare la storia. Già, perché la missione che Al Templeton non può più compiere, perché gravemente malato, è quella di intervenire in un momento spartiacque della storia, impedendo l’assassinio di John Kennedy e, di conseguenza, mutando le sorti di Robert Kennedy e di Martin Luther King, fino ad evitare il sanguinoso conflitto del Vietnam.
Ma 22/11/’63 non è un libro né politico né patriottico: è un riflettore puntato sulle paure dell’America di ieri e dell’America di oggi. Con il suo stile descrittivo e cinematografico, King ci accompagna nell’epoca del lindy hop e del pieno di benzina a trentacinque centesimi, ci fa vedere la Lisbon Falls di fine anni ’50, ci fa far tappa a Derry, ci lascia soggiornare a Jodie e ci trascina con lui sino alla Dallas del ’63. E proprio a Derry, dove è ambientato forse il suo scritto più famoso, Stephen King ci fa trascorrere alcuni minuti in prossimità dei Barren, assieme a Richie-Richie che non sa andare in bici e Bevy-Bevy è meglio che ti levi, che altri non sono che due membri del gruppo dei Perdenti di It. Il crossover tra i personaggi di sua creazione e il continuo intreccio tra personaggi reali e di fantasia, uniti alle vivide descrizioni di quell’essicatoio, di quella frutta, di quelle strade, della sua amata Sunliner e delle musiche dell’epoca, rendono questo (mega)racconto qualcosa di ipnotico. Ogni personaggio viene delineato con passione e amore, ogni caratteristica illuminata da descrizioni fotografiche: finiremo per affezionarci ad Harry, alle perfide bambine saltacorda, a Silent Mike (Holy Mike), a Deke, a Sadie e persino a Lee Harvey Oswald; finiremo a fare un continuo raffronto, imbevuto di rimpianti e soddisfazioni, su ciò che c’é oggi ed all’epoca non c’era ancora, su ciò che all’epoca c’era ed è oggi andato perduto, su ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Quest’opera è un’enorme riflessione sul passato e sul futuro, nella quale viene immersa una storia d’amore così reale, così lucida, così vera che, scalzando tutto il resto, diventa il perno di ogni cosa.
Inquietante, romantico e malinconico,
22/11/’63
è un romanzo sulla vita, sull’amore e sull’America di
ieri e di oggi. Poco importa che JFK non sia realmente stato ucciso
da Oswald, che l’epilogo non sia piaciuto ai più, che King talvolta diventi prolisso o che qui e lì
manchi di senso logico, perché questa, infondo, è solo una storia. Una
gran bella storia.
La felicità è reale solo quando...
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2 Commenti:

  1. La firma cangiante 31 agosto 2012
  2. Mr Ink 2 ottobre 2012

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