American Sniper (2015, Clint Eastwood)

Fin Quando i Leoni non Cominceranno a Raccontare la Loro Storia,
i Cacciatori Continueranno ad Essere gli Eroi.
(Proverbio Kenyota)

Ci sono temi difficili, come la guerra, ed opinioni difficili, come quella sull’ultima pellicola di Clint Eastwood, che sembrerebbe potersi barcamenare tra un ugual numero di detrattori e di sostenitori. D’altra parte American Sniper metteva subito in chiaro la situazione: sono un’autobiografia, piacere. L’autobiografia di Chris Kyle, il cecchino più letale della storia militare americana, soprannominato “The Legend” dagli amici e “il Diavolo di Ramadi” dai nemici. L’autobiografia di un uomo considerato da alcuni un eroe e da altri l’assassino di oltre 250 persone.

Quello dei biopic non è un genere facile per tanti motivi, sebbene questo inizio d’anno ci abbia dimostrato, grazie a Big Eyes e The Imitation Game (usciti da noi lo stesso giorno del film in questione) che possa riservarci ancora grandi cose. Il biopic non è un genere facile anche perché si entra in sala sapendo che Margaret Keane ha ottenuto il riconoscimento delle sue opere, che Alan Turing si è spento solo e sofferente e sapendo cosa accadde a Chris Kyle quel 2 Febbraio 2013. Si sa già come va a finire, insomma.

Eppure il biopic, pur basandosi su di una storia già bella che scritta, offre qualcosa di preziosissimo: un punto di vista, che può essere drammatico, commemorativo, elogiativo, irrispettoso, sarcastico o qualsiasi cosa voglia essere. Il punto di vista è l’aspetto più importante delle autobiografie. Ed è proprio qui che mi casca l’asino il cecchino, sull’aspetto più importante.

Non so esattamente cosa mi aspettassi di diverso, pur avendo letto la storia di Chris Kyle, pur sapendo che Eastwood è un repubblicano iper-patriottico e super-conservatore. Ma lo stesso Clint ci ha regalato grandi cose in passato, grandi diatribe su giustizia e violenza (su tutte Mystic River), per cui quello che mi aspettavo, probabilmente, era anche un solo istante di incertezza, giusto un momento di quel dubbio, razionale ed etico, che può mettere in discussione tutto. Invece Eastwood e la sceneggiatura di Jason Hall (nominato agli Oscar lui, eh, non lasciato a casa come la Flynn) vanno dritti per la loro strada, senza curarsi di me.

Tecnicamente American Sniper non ha niente che non vada: diretto dalla solida e sicura mano del texano dagli occhi di ghiaccio, può fare affidamento anche sulla suggestiva fotografia di Tom Stern. Allo stesso Bradley Cooper, anche produttore della pellicola, non si può rimproverare nulla: regge egregiamente il ruolo e appoggia quella guancia sul fucile come fosse il suo unico motivo di vita, per cui gli unici appunti da fargli sarebbero quello di avere gli occhi troppo limpidi o di essersi magnato un intero coro gospel.

Ma narrativamente American Sniper affronta la storia di Chris Kyle prendendo una posizione strana, non tanto politically correct quanto ambigua. Questo bufalotto texano cresciuto da un padre cacciatore dalla morale spicciola; questo Chris che sente il bisogno di difendere il suo paese senza farsi troppe domande, senza dovervi anteporre la sua stessa famiglia; questo Kyle che, senza preoccuparsene subito, rimetterà ogni vita spezzata nelle mani del suo Dio quando sarà il momento. Questo tizio che va e viene ed al quale tutti dicono “ah, ma sei la leggenda!”, al che lui risponde “ma no, che dici?!” mentre si guarda le spalle.

Come nelle macchie di Rorschach ognuno ci vede un po’ quello che vuole in questo Kyle. Il patriottico ci vede l’eroe, con tanto di bandiere piegate e funerali di stato. Il riflessivo ci vede la derisione del soldato o la rabbia di un popolo (in quel bambino che “gioca” con il fucile). Io ci ho visto un bufalotto texano, un provincialotto ottuso cresciuto cacciando, che da adulto rivolge la sua attenzione a prede più grosse, un uomo da prendere a ceffoni per ore, anni, vite intere. 

Quale di queste posizioni è sbagliata? Chi è Chris Kyle? Dove si trova esattamente il punto di vista di questo biopic? Non è troppo facile uscirsene così e prendersi otto nomination agli Academy?

Sì.

Quello della guerra non è certamente un argomento semplice ed in tema di tiratori scelti non può non tornare in mente il bistrattatissimo Jarhead (2005), che metteva al centro di tutto dei ragazzi che potrebbero essere amici miei, spaventati e cazzoni, confusi e ignari. Ragazzi dalle cui labbra, poco prima dell’azione, uscivano invettive contro i Presidenti. E nel film di Mendes il disturbo da stress post traumatico andava molto più lontano della visuale di uno specchietto retrovisore, era così reale e vicino da sembrare tangibile. Così terreno e devastante.

“Ecco la storia. Un uomo spara con un fucile per molti anni e va in
guerra. In seguito, restituisce il fucile all’armeria e pensa che non
dovrà mai più usarlo. Ma qualsiasi cosa quell’uomo farà con le mani,
amare una donna, costruire una casa, cambiare il pannolino di suo
figlio, le sue mani ricorderanno quel fucile.”

Se American Sniper è davvero il ritorno al grande cinema di guerra, io preferisco fermarmi dove sono. Preferisco rimanere vicina a quel cavallo, simbolo di eleganza e libertà, che, ricoperto di petrolio, non riesce a dare tregua al suo dolore.

Perché la guerra, anche quando ci sono i cavalli, non è un western.

Non è un duello nel quale uno vince e l’altro muore.

In guerra perdiamo tutti.

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American Sniper (U.S.A. 2014)
Regia: Clint Eastwood
Basato su: American Sniper di Chris Kyle
Sceneggiatura: Jason Hall
Fotografia: Tom Stern
Cast: Bradley Cooper, Sienna Miller, Sammy Sheik et al.
Genere: biopic, guerra, sei qui ma non sei qui
Data d’uscita italiana: 1 gennaio 2015
Se (proprio) ti piace guarda anche: Jarhead (2005)
La felicità è reale solo quando...
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6 Commenti

  1. Marco Goi 18 gennaio 2015
  2. Salvatore Baingiu 18 gennaio 2015
  3. James Ford 18 gennaio 2015
  4. Mr Ink 18 gennaio 2015
  5. Jean Jacques 18 gennaio 2015
  6. Blackswan 18 gennaio 2015

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