Arctic Monkeys – Suck It And See (2011)

Ho Succhiato E Visto.

Quello che più si temeva dopo l’ascolto dei primi due singoli (Brick By Brick e Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair) era una svolta troppo u.s.a. oriented della band di Sheffield; timore avvalorato anche dalla notizia, diffusa mesi fa, di una possibile partecipazione addirittura vocale all’album da parte di Josh Homme dei Queen Of The Stone Age. E con tutto l’affetto che si prova in queste pagine per Homme (Josh, sposa me! Sposa me!) e i suoi Queen Of The Stone Age, Era Vulgaris c’è già.
Invece, a dispetto delle atmosfere dei due brani citati, l’album si apre con She’s Thunderstorms, pezzo che, con le sue chitarre desert e le sue percussioni energiche, fa da chiave di collegamento con il precedente lavoro delle scimmie artiche, Humbug. Per introdurre gradualmente il nuovo lavoro, Suck It And See presenta subito dopo Black Treacle, brano nel quale la voce un po’ zoccola di Alex Turner si sbraga svogliatamente per poi riprendere concentrazione a fine verso, come già sentito in Favourite Worst Nightmare. The Hellcat Spangled Shalalala riporta ai bassi che già si è avuto modo di apprezzare in brani precedenti come Balaclava o Potion Approaching, ma é con Library Picture, orgasmo multiplo di cambi di ritmo (nonché traccia migliore dell’album), e le chitarre caotiche su percussioni sporche di My Own Stunts che si riconosce finalmente il sound dei pischelletti di Sheffield. Subito dopo i ritmi rallentano nella ludica Reckless Serenade, nel brano Piledriver Waltz, ripreso praticamente immutato dall’album solista del Turner, Submarine, e la quasi inutile Love Is a Laserquest, per scortare l’ascoltatore verso la titletrack e There’s Where You’re Wrong, pezzi decisamente (troppo) seventies e (troppo) poco power rispetto a quello a cui i fan delle scimmiette artiche sono stati abituati. Già al primo ascolto si nota una vocalità di Alex Turner cambiata, cresciuta, addirittura con la barba, che risulta, spesso e volentieri, (ommammalostoscrivendodavvero) eccitante. Unico vero difetto dell’album è l’assenza della batteria possente e caotica di Matt Helders, abbandonata, il più delle volte, in favore di un semplice accompagnamento ritmico.
Un lavoro non esattamente ai livelli dei predecesori e probabilmente eccessivamente disomogeneo, che potrebbe interpretarsi come una fase di transizione, come il solito bruco che sta per diventare la solita farfalla. Vola, Clarice, vola. Però, ad avercene di album così, eh.

La felicità è reale solo quando...
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