Bridge of Spies – Il Ponte delle Spie (2015, Steven Spielberg)

 

– Aren’t You Worried?
– Would It Help?




 

Al cinema, come nella vita, ci sono le certezze e ci sono le scommesse. Se da un lato le scommesse possono rivelarsi vincenti, fallimentari o J.J. Abrams, dall’altro le certezze si costruiscono giorno dopo giorno, anno dopo anno. Tra le certezze cinematografiche dell’ultimo trentennio non possiamo non annoverare Steven Spielberg, che grazie a cosucce come E.T., Hook e Jurassic Park (solo per citare le più “facili”) ha tirato su un’intera generazione non solo di amanti del cinema, ma anche di registi: secondo molti, infatti, sarebbe proprio zio Stevie ad aver influenzato quelli che oggi additiamo come i migliori registi sulla piazza, da Fincher a Whedon, da Mendes a Nolan.

 

Ma le certezze non si limitano al comparto tecnico. In Bridge of Spies, undici anni dopo la loro ultima collaborazione (il delizioso The Terminal), vediamo di nuovo quell’attore di indiscusso talento che è Tom Hanks prestare voce e corpo alla macchina da presa di Spielberg e il risultato non può che essere una certezza: un film ben girato e ben recitato. Sì, ma è anche ben scritto? Adesso ci arriviamo, nel frattempo appuntiamoci i nomi di Matt Charman e di Joel ed Ethan Coen.

 

Ispirata a fatti realmente accaduti, la narrazione ha inizio nella Brooklyn del 1957 e racconta la storia di James Donovan (Hanks), un avvocato assicurativo che viene incastrato dallo studio legale di cui è socio nella difesa di Rudolf Abel, sospettato di essere un agente segreto sovietico. Donovan si vede costretto ad accettare l’incarico senza capire che il suo compito è fingere di dare una difesa ad Abel, non fornirgliela veramente, nel rispetto delle leggi e dell’individuo. Nel frattempo però un giovane pilota americano, Francis Gary Powers, viene catturato, processato e condannato a dieci anni di carcere dalla Russia dall’Unione Sovietica. Donovan sarà quindi reclutato addirittura dall’Agenzia (la CIA) per negoziare lo scambio dello stesso Abel con il giovane Powers, che, pur essendo affidabile, potrebbe cedere e parlare. La negoziazione viene condotta in una Berlino Est nella quale un altro giovane americano, lo studente Frederic Pryor, è appena stato arrestato per essersi trovato nel momento sbagliato dal lato sbagliato del muro.

 

La guerra fredda, gli Stati Uniti, la Russia, il muro di Berlino, le spie sovietiche e i piloti americani per una pellicola che non racconta il conflitto tra grandi potenze mondiali, ma una storia di uomini, o meglio, una storia di uomini che fanno la storia.

 

 

La penna dei Coen trapela in ogni sequenza, mettendo in bocca a personaggi delineati alla perfezione dialoghi tra il filosofico e il surreale, tra l’ironia e la profondità. Certo, manca l’umorismo nero tipico di Joel ed Ethan, ma il contesto (la guerra fredda e soprattutto la sua percezione nel popolo americano) non è certo il più appropriato. Non siamo di fronte al compitino, sia chiaro: ai Coen non sfugge l’occasione per ridicolizzare il patriottismo ottuso e per sottolineare che, in un certo senso, gli americani non esistono: sono tedeschi, irlandesi, italiani; ma è l’accettazione ed il rispetto delle stesse leggi (e conseguentemente dell’individuo) a renderli un popolo. Un concetto che si potrebbe esprimere anche per tedeschi, irlandesi e italiani e che, in questi giorni, si rivela particolarmente ghiotto e privo di grassi, parabeni e discriminazioni di razza, etnia o religione.

 

La sceneggiatura dei Fratelli Coen persevera nella difesa dell’individuo affiancando ad Hanks, che regge il peso dell’intera pellicola, un personaggio indimenticabile, quello della (presunta) spia sovietica Rudolf Abel, che, seppur “nemico”, si rivela serafico nella sua correttezza e nella sua lealtà. Ed è Mark Rylance, più volte prestato al cinema dal teatro e già candidato ad un Globe per questo ruolo, a rendere Abel ancora più umano e rispettabile. A contrapporsi alla simpatica fermezza di Abel troviamo, ironicamente, la superficialità e l’antipatia del pilota dell’aereo spia statunitense (Austin Stowell), quasi a voler sovvertire i canoni di un certo (e stantio) tipo di cinema di parte.

 

A questo funzionale carosello si aggiunge la fotografia di Janusz Kamiński, spesso al fianco di Spielberg, in grado di rendere surreale la pioggia e tangibile una sequenza girata interamente in controluce, enfatizzando ogni simbolo di questa piccola grande pellicola, da una stretta di mano e un abbraccio mancati ad un muro in fase di costruzione contrapposto alle tipiche cancellate che separano i backyard americani.

 

Il Ponte delle Spie è un film denso di significati, avvincente e brillante, diretto da un regista audace, unico e coraggioso, che ci riporta, con sdegno e tenerezza, ad un “momento spartiacque” della storia, quell’America degli anni ’60 così ricca di sapori e contraddizioni, così intrisa di speranze e pregiudizi della quale un altro Maestro, un’altra grande certezza, ci aveva fatto innamorare qualche anno fa.

 

Trova l’intruso.

 

 

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Bridge of Spies – Il Ponte delle Spie (U.S.A. – Germany 2015)
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Matt Charman, Joel ed Ethan Coen
Fotografia: Janusz Kamiński
Musiche: Thomas Newman
Cast: Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Alan Alda, Eve Hewson, Jesse Plemons, Max Mauff et al.
Genere: historical drama, thriller, root beer
Data d’uscita italiana: 16 dicembre 2015
La felicità è reale solo quando...
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7 Commenti:

  1. Sophie 21 dicembre 2015
  2. James Ford 22 dicembre 2015
  3. Mr Ink 22 dicembre 2015
  4. Cinepillole Guida Antiflop 22 dicembre 2015
  5. Bara Volante 22 dicembre 2015
  6. Jean Jacques 22 dicembre 2015
  7. Patalice 27 dicembre 2015

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