Il Canaro della Magliana, la vera storia del delitto che ha ispirato Dogman

Due film, probabilmente molto diversi tra loro, per un’unica storia. I due film sono Dogman, di –non dire Gatteo Marrone, non dire Gatteo Marrone– Matteo Garrone, in uscita il 17 maggio e Rabbia Furiosa – Er Canaro, di Sergio Stivaletti, in sala dal 7 giugno. La storia è quella del delitto del Canaro della Magliana, un crimine efferato e del tutto romano, compiuto nel 1988.

Sarò sincera con te: non conoscevo queste vicende e forse se Gatteo Marrone (ouch!) non ne avesse tratto un film non ne avrei mai saputo nulla. Quello che segue è quindi un sunto, un’interpretazione di ciò che è stato e ciò che ho letto (trovi come sempre le fonti a fine post). Sappi sin da ora che in questa (brutta) storia vi sono ben poche certezze: la brutalità del crimine e il nome della vittima.

Il Canaro, la storia vera dietro Dogman.

Il ritrovamento del corpo di Giancarlo Ricci

Sono le 8:30 del mattino del 19 febbraio del 1988. Un allevatore sta portando il suo cavallo a pascolare ne “la buca”, così viene chiamata l’area di via Belluzzo dove avrebbe dovuto sorgere un palazzo i cui lavori si arrestarono ai primi scavi. Siamo nella Magliana Nuova, a Roma, il quartiere che negli anni ’70 avrebbe dovuto rappresentare un esempio di modernità e sviluppo e invece si ritrova, negli ’80, ad essere sinonimo di abusivismo edilizio e discarica a cielo aperto. Qui tutto marcisce ancor prima di essere costruito. Ed è qui, nella secondaria via Belluzzo, che l’allevatore nota qualcosa di anomalo tra frigoriferi e lavatrici abbandonate. Ciò che vede -se ne accorgerà ad una seconda occhiata- è un corpo parzialmente bruciato e mutilato di alcune dita.

Intervengono le forze dell’ordine, iniziano le indagini. La vittima è Giancarlo Ricci, 27 anni, ex pugile, cocainomane, noto criminale. Per gli inquirenti non c’è dubbio, si tratta di un regolamento di conti tra trafficanti. E invece no. Si fa avanti un tale, Fabio Beltrano, che racconta di aver accompagnato Ricci in via della Magliana. In via della Magliana, al civico 253, c’è la toelettatura per cani di Pietro De Negri detto “il Canaro”, un uomo esile e remissivo, conoscente della vittima. Il 21 febbraio 1988 De Negri viene interrogato e confessa. Confessa un omicidio assurdo, atroce, efferatissimo.

Ma facciamo un passo indietro.

Pietro De Negri: vittima e carnefice

Pietro De Negri nasce in Sardegna nel 1956. Lascia presto la sua famiglia di origine per trasferirsi a Roma, dove si sposa ed ha una figlia, cui è estremamente legato. Si arrangia tra mille lavori prima di aprire la sua attività, la “Mambli Lavaggio Cani”. A Pietro piacciono i cani, sente di avere una certa affinità con loro, per questo la gente lo chiama “il Canaro”.

Quella stessa gente definisce er Canaro come una persona mite, un buon padre, un uomo tranquillo. Oggi ai telegiornali dichiarerebbe che “salutava sempre”. Eppure dietro quell’aspetto cordiale, Pietro nasconde una vita difficile, fatta di sacrifici, privazioni e vessazioni. A volte -credimi, lo dico guardandomi dentro- non puoi essere chi vorresti essere se la vita te lo impedisce. Pietro commette piccoli reati, entra in contatto con la malavita locale ed affianca alla sua attività quella di spacciatore.

È così che il Canaro conosce Giancarlo Ricci. Forse Giancarlo va a comprare la cocaina da lui; o forse è Pietro a dover pagare il pizzo a Ricci per mantenere la sua toelettatura. Forse sono amici o forse no. Forse Pietro non ha scelta se non vuole soccombere alle prepotenze dei malavitosi locali. O forse -ancora- l’impossibilità di scegliere di Pietro è dettata dai pugni di Ricci, che a detta della gente sì, saluta alcuni, ma mena altri.

La rapina (secondo il racconto del Canaro)

Un giorno Giancarlo Ricci decide di rapinare la boutique attigua al negozio di De Negri. Per farlo, secondo il suo piano, passerà proprio dalla toelettatura per cani del Canaro, aprendo un foro nella parete. Pietro De Negri si oppone: ha già dei piccoli precedenti e per la polizia sarebbe sin troppo facile risalire a lui; ma il Ricci lo convince a suon di pugni e percosse. La rapina si fa e come previsto è De Negri -e solo lui- a pagare, con 10 mesi di carcere.

Tornato in libertà, il Canaro non vede un centesimo del bottino della rapina, anzi. In base al suo racconto, le angherie di Ricci si intensificano. Giancarlo Ricci gli ruba lo stereo, arriva a schiaffeggiare Pietro davanti alla figlia ed a bastonare i suoi cani, i suoi amati cani. Per Pietro De Negri, per il Canaro, questo è il punto di non ritorno.

Il delitto del Canaro

Quel che segue è la ricostruzione dei fatti in base alla confessione dell’omicida, riconosciuto dalla giustizia italiana nella persona di Pietro De Negri. Per quanto sia abituata ad avere a che fare con storie truculente (salutiamo Lucarelli e Picozzi), ti avverto che ciò che segue è tra i resoconti più cruenti che abbia mai incrociato. Se hai lo stomaco debole o pieno, senti a me, salta il prossimo paragrafo; non c’è nessuna prova di coraggio da vincere e -prometto- io non lo dico a nessuno.

Il Canaro, la storia vera: il ritrovamento del corpo di Giancarlo Ricci, l'arresto di Pietro De Negri nel 1988, la gabbia in cui il Canaro racconta di aver rinchiuso Ricci per poi ucciderlo.© AltriConfini

L’omicidio secondo la confessione del Canaro

È il 18 febbraio 1988. Per Pietro la misura è colma, non ce la fa più. È strafatto di cocaina. Sono le 15 quando fa entrare Ricci nel negozio e gli dice che di lì a poco arriverà uno spacciatore che, assieme, potrebbero rapinare. Per non insospettire l’ignaro avventore, però, Ricci dovrà nascondersi in una gabbia per cani. E, secondo De Negri, Ricci lo fa, entra nella gabbia, dove si lascia rinchiudere.

Ma non è vero, non c’è nessuno spacciatore diretto alla toelettatura. Anzi, nessuno entrerà nel negozio per sette lunghissime ore. Fuori, a 50 metri dalla “Mambli Lavaggio Cani” c’è Fabio Beltrano, che aspetta Ricci in macchina.

Pietro butta addosso a Ricci della benzina, nel tentativo di dargli fuoco, ma Ricci in qualche modo riesce a tirar fuori la testa dalla gabbia. Pietro gli assesta una martellata che gli fa perdere i sensi ed a quel punto lo tira fuori, lo sdraia su di un tavolo e lo lega mediante le catene usate per i cani, assicurandosi che non possa muoversi. Alza al massimo il volume dello stereo (come sua abitudine) e dà inizio alle sue atroci sevizie.

Pietro gli amputa pollici ed indici di entrambe le mani e, per assicurarsi che Ricci non muoia dissanguato troppo presto, cauterizza le ferite con benzina e fuoco. Ma è già passata un’ora, sono le 16, e De Negri deve andare a prendere la figlia a scuola. Lascia Ricci solo ed inerme ed esce dal negozio. Lungo la strada trova Beltrano, gli dice che Ricci è scappato subito dopo la rapina allo spacciatore e che può riportare l’auto a casa di Ricci, dove lo stesso lo aspetta. Così il Canaro prende la piccola e la porta dalla madre, per poi tornare, come niente fosse, a torturare Giancarlo Ricci.

A quel punto, il Canaro taglia naso, orecchie, lingua e genitali e glieli fa ingoiare, introducendoli in bocca con l’aiuto di una tenaglia. È qui che -secondo il Canaro- Ricci muore per asfissia. Ma la sua vendetta non è ancora terminata: Pietro gli infila le dita amputate nell’ano e gli rompe i denti a martellate. Al culmine del suo delirio, il Canaro apre la scatola cranica di Ricci e gli lava il cervello con lo shampoo per cani.

Sono le 22. De Negri avvolge il corpo di Ricci in un sacco di plastica, lo carica nella sua macchina e lo porta alla discarica abusiva di via Belluzzo. Qui lo cosparge di benzina e gli dà fuoco. Lì accanto getta le dita amputate, di modo che il corpo venga prontamente riconosciuto. Perché, secondo il Canaro, tutti devono sapere che fine ha fatto Giancarlo Ricci.

Il processo e la condanna

De Negri viene arrestato il 21 febbraio 1988. Una iniziale perizia psichiatrica lo dichiara incapace di intendere e di volere: è affetto da disturbo paranoide e intossicato dall’assunzione periodica di droghe. Non viene ritenuto un pericolo per sé e per gli altri e per questo viene rimesso in libertà il 12 maggio 1989, dopo 14 mesi di custodia cautelare.

Il clamore mediatico è enorme. C’è chi lo ritiene un vendicatore, una sorta di giustiziere; c’è chi -giustamente- ne ha paura. Una settimana dopo il suo rilascio, Pietro De Negri viene nuovamente arrestato ed internato in una struttura psichiatrica. Una seconda perizia gli riconosce un’incapacità solo parziale. Il processo si conclude con una condanna a 24 anni di reclusione.

In realtà dopo 16 anni (nel 2005) De Negri viene rilasciato per buona condotta. Da allora non vuole parlare con la stampa, non vuole rilasciare dichiarazioni, non vuole scrivere autobiografie. Pietro De Negri, detto “il Canaro della Magliana”, vuole solo essere dimenticato. Vive in un altro quartiere adesso e, per affetto della moglie e della figlia e per rispetto al dolore della famiglia Ricci, di questa storia non vuole più parlare.

Pare abbia un cane, un pastore tedesco.

Il Canaro, la storia vera: la toelettatura per cani in Via della Magliana 253, l'arresto del Canaro nel 1989, gli inquirenti alle prese con l'analisi del tavolo delle torture ed il processo a Pietro De Negri.© Notte Criminale

Le incongruenze nella confessione del Canaro

I rilievi scientifici e l’autopsia sul corpo di Giancarlo Ricci evidenziano delle forti incongruenze con quanto confessato da Pietro De Negri agli inquirenti. Innanzitutto c’è la gabbia: non vi è traccia della presenza di Ricci al suo interno né vi è motivo per il quale un uomo aitante e sospettoso avrebbe dovuto entrarvi.

L’autopsia del Professor Arcudi stabilisce poi la causa della morte di Ricci nel trauma cranico causato dalle martellate inferte alla testa; niente a che vedere, quindi, con l’asfissia indicata dal Canaro. La stessa autopsia fa risalire la morte di Ricci a circa 40 minuti dopo l’aggressione e stabilisce che nessuna delle mutilazioni riferite (ed avvenute) può essere stata inferta in vita. Non solo: buona parte delle violenze raccontate dal Canaro sono rimaste solo nella sua testa, in un delirio di droga e vendetta, e non sono mai state messe in pratica. Pietro De Negri non si è davvero preoccupato di cauterizzazione le ferite di Ricci, né gli ha mai aperto la scatola cranica per lavare il cervello con lo shampoo.

Ulteriori indagini stabiliscono che i 10 mesi di carcere del Canaro niente hanno a che vedere con la rapina, che è avvenuta ma non può essere stata ideata da Ricci. E Pietro, quel 18 febbraio 1988, non è andato a prendere la figlia a scuola, ci ha mandato la cognata. È falso anche il depistaggio di Fabio Beltrano, che, anzi, alcune teorie vedrebbero coinvolto nell’omicidio.

La (possibile) riapertura del caso

Dogman in realtà è solo liberamente ispirato a queste atroci vicende, ma il clamore mediatico derivante dalla sua uscita non è passato inosservato alla madre di Giancarlo Ricci, che a tal proposito ha dichiarato “mi sembra che lo stiano uccidendo per la seconda volta”.

Proprio in questi giorni, tra l’altro, la donna, Vincenzina, ha inoltrato un’istanza di avocazione delle indagini per chiedere la riapertura del caso. La madre di Ricci, infatti, non ha mai accettato l’idea che il Canaro potesse essere l’unico colpevole dell’omicidio del figlio; ha sempre sostenuto che ad uccidere Ricci fossero state più persone e che De Negri avesse solo preparato l’esca per poi prendersi la colpa di tutto. È anche vero che De Negri, in una iniziale deposizione, disse di aver catturato e stordito Ricci per poi consegnarlo ad una banda di criminali.

Ovunque stia la verità, un uomo è morto e la sua famiglia ha dovuto sopportare anche il vilipendio del suo corpo. Qualunque sia la verità, Pietro De Negri ha pagato il suo debito con la giustizia.


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