Carnage, di Roman Polanski

Settantanove Minuti e Non Sentirli.

Che io da pischella credevo che Polanski si scrivesse Paul Anski, come Paul Anka. Ma questa è un’altra storia. Carnage, invece, è la storia di due coppie borghesi, i Cowan e i Longstreet, costrette ad incontrarsi per cercare di risolvere in maniera matura la rissa tra i rispettivi figli. La narrazione, tratta da un’opera teatrale, è (quasi) interamente racchiusa tra le claustrofobiche mura dell’appartamento dei Longstreet a New York. Quei tulipani sono deliziosi. Questa torta di mele e pere è buonissima. La tolleranza di comodo, le frasi di convenienza e la maschera dell’ipocrisia la fanno da padroni nella prima conciliante parte della storia. Cos’è che conta davvero? Il Blackberry? L’affetto di una bambina per un criceto? Il travestimento da intellettuale progressista? L’introvabile catalogo Kokoschka? Basta un conato di bile a rompere gli equilibri, a far sì che quei quattro animali ingabbiati nelle apparenze inizino ad azzannarsi, in un crescendo di sarcasmo e isteria. Solo alla fine, quando i loro ego smisurati hanno fatto scempio delle inutili convenienze, dei perbenismi patologici e dei moralismi spiccioli, vengono fuori le insofferenze reciproche, le problematiche coniugali, le incapacità genitoriali e soprattutto le vere indoli di ognuno. Roman Polanski (e non Paul Anski), supportato da una sceneggiatura di cemento armato e dai tre ineguagliabili ed indispensabili premi oscar Jodie Foster, Christoph Waltz e Kate Winslet, e da John C. Reilly, disegna un ritratto delle sovrastrutture della società borghese in maniera impeccabile, mai banale, con tempi scenici perfetti  e movimenti di camera precisi e fluidi. Una commedia che si rivela una carneficina, perché, in realtà, ahimè, ognuno di noi è rappresentato da uno dei quattro personaggi.
La felicità è reale solo quando...
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