Carrie – Lo Sguardo di Satana (2014, Kimberly Peirce)

Il “Mi Dispiace” è il Pronto Soccorso delle Emozioni Umane

C’è chi, di fronte alla parola “remake“, storce il naso, ipotizzando una mancanza di originalità o l’arroganza di voler ridescrivere ciò che già era stato perfettamente descritto. La signorina Moidil non è di quest’idea, poiché pensa che una storia, una bella storia, possa essere riadattata, ridescritta, contestualizzata in molti modi ed attualizzata in mezzi e temi; perché una bella storia è una bella storia, ed a supporto di questa tesi la stessa Moidil potrebbe farvi diversi esempi di remake ben riusciti, se solo le venissero in mente…

Una bella storia, si diceva. Carrie è una gran bella storia: il romanzo di zio Stephen King (1974) è la gran bella storia – a metà tra un horror ed un revenge – di una sedicenne infelice e frustrata, costretta a subire la follia della madre e le angherie delle compagne di scuole, che si riscopre speciale ed arrabbiata senza riuscire a gestire questa sua scoperta. Sebbene il film originario (1976) di Brian De Palma (prima trasposizione cinematografica di un’opera del Re) in molti punti si distaccasse dalla narrazione letteraria, di sicuro riusciva a descrivere quel profondo senso di irrequietudine e devastazione tipiche del climax del romanzo e altrettanto certamente ha saputo farsi apprezzare sia dallo stesso King sia dalla critica, in quanto primo horror candidato agli Academy Awards. Ma se dovessimo paragonare la pellicola di De Palma a quella della Peirce, potremmo uscircene con un semplice “capolavoro vs teen movie“.

Peccato però che la tanto attesa attualizzazione della storia si riduca, nell’opera di Kimberly Peirce, all’inserimento di internet, un notebook e qualche smartphone. Persino la macchina da cucire utilizzata dalle donne White sembra uscita da un polveroso mercatino dell’usato d’epoca (il pedale meccanico? Really?), il che rende la scena in questione (che dovrebbe incutere sospetto e timore) una semi-pagliacciata. D’altra parte l’elenco dei goofs (errori) del film della Peirce risulta imbarazzante quasi quanto le atmosfere da pellicola adolescenziale che dominano le sequenze.

I personaggi, dal primo all’ultimo, si rivelano delle macchiette prive di spessore e potere decisionale: dalla bella Sue (Gabriella Wilde), che un attimo prima provoca assieme al branco ed un attimo dopo subisce una conversione lampo (ah, l’epoca di internet!), alla madre di Carrie, Margaret White (Julianne Moore), psicopatica autolesionista priva di qualsiasi forma di influenza e controllo – chissà se quella faccia da stronza di Jodie Foster, originariamente scelta per il ruolo, avrebbe saputo fare di meglio in una parte così iniqua (Hannibal repeating). Fino ad arrivare al personaggio cardine, Carrie, l’adorabile Chloë Grace Moretz, che risulta appannato, superficiale, per niente scary e non riesce a mettere a fuoco la sua interprete che, dal canto suo, si esibisce in una serie di mossette isteriche tutt’altro che inquietanti.

Pertanto, se la Carrie del 1976 era perfettamente figlia del suo tempo e la sua interprete (Sissy Spacek) riusciva a rendere inequivocabilmente l’idea del male nascosto, questa nuova Carrie, immatricolata nel 2013, si avvicina più alla Bradshow che all’icona della collera nefasta che l’aveva preceduta. Che siano tutti inutili questi remake?

Carrie (U.S.A. 2013)

Regia: Kimberly Peirce
Sceneggiatura: Lawrence D. Cohen, Roberto Aguirre-Sacasa
Cast: Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde, Portia Doubleday, Judy Greer
Genere: remake, teen horror venuto male
Data d’uscita italiana: 16 gennaio 2014
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Carrie (1976), I Spit on Your Grave (2010), Evil Dead (2013).
La felicità è reale solo quando...
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4 Commenti:

  1. Marco Goi 23 gennaio 2014
  2. Beatrix Kiddo 23 gennaio 2014
  3. James Ford 23 gennaio 2014
  4. Jean Jacques 23 gennaio 2014

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