NOTTE HORROR 2015: Pet Sematary (1989, Mary Lambert)

 

Come lo scorso anno, questo povero, misero, inutile blogghe partecipa all’iniziativa Notte Horror On The Blog 2015 e lo fa con un film tanto vecchiotto quanto cult: Cimitero Vivente del 1989 per la regia di Mary Lambert. In coda alla mia spassionata ed inconcludente opinione sulla pellicola in questione, troverete la locandina dell’evento e l’elenco dei bloggher, più fighi e più bravi, che mi hanno preceduta dicendo la loro su diversi classici del genere horror. Ma ora cominciamo, perché la vita è breve, anche se – come ci insegna King – la morte è meglio che non lo sia.

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Eau de Ziò

 

Cosa saresti disposto a fare per le persone che ami? Se la persona che ami cambiasse radicalmente, la ameresti allo stesso modo? Dove finisce l’amore e dove inizia l’ossessione?

 

Amore e morte. È tutta qui la forza motrice di Pet Sematary. L’amore è universale, che sia quello di un uomo per il proprio cane o di una bambina per il proprio gatto o quello di un padre per la sua famiglia, ha un valore assoluto, inoppugnabile, insormontabile. E la morte… beh, la morte è quello che è.

 

Ma non sempre.

 

Verso la fine degli anni ’70, King e famiglia si trasferirono nel Maine, dove zio Stephen assistette inerme al dolore dell’allora piccola Naomi (sua figlia) per la perdita del gatto, investito da un’auto. Da questo senso di impotenza trasse lo spunto per scrivere Pet Sematary (da noi Cimitero Vivente, 1983), in cui il primo elemento di tensione è proprio una strada statale percorsa a tutta velocità dagli implacabili camion della Orinoco.

 

Non è infatti possibile riflettere su questa pellicola senza accostarla allo stesso Stephen King, che oltre ad essere l’autore del romanzo (imperdibile, mi dicono) da cui è tratta, ha accettato di venderne i diritti a patto che la stessa fosse ambientata realmente nel Maine e sotto la condizione che fosse lui stesso a curarne la sceneggiatura. La regia fu inizialmente affidata al nostro amato George Romero, ma a causa di continui ritardi nell’avvio delle riprese passò poi alla Lambert, che mise a punto un film ricco di simbolismi e denso d’angoscia.

 

E zio Stephen –  che fa anche un cameo nel film –  era evidentemente già un genere a parte: si sente il suo tocco, si avverte quel senso di terrore derivante non tanto dai mostri quanto dalle scelte della società (si pensi a The Mist) o – in questo caso – del singolo uomo, del povero e affranto Louis. Da questo punto di vista, infatti, Cimitero Vivente è una delle rappresentazioni più genuine e meglio riuscite delle opere dello Zio Re.

 

È quindi una strada, un elemento del tutto reale, a rappresentare il primo elemento orrorifico della narrazione. Quella stessa strada è stata la triste causa della morte di diversi animali domestici e che ha portato i bambini della zona ad allestire un cimitero degli animali poco distante dalla nuova casa di Louis (Dale Midkiff) e della sua famiglia, protagonisti di questa storia e personaggi kinghiani in tutto e per tutto (anche se doppiati in maniera rustica) sin dai primi dialoghi, nei quali lo spunto reale trapela con forza in quel parlare della sterilizzazione di un micio, argomento magari all’epoca non perennemente al centro della conversazione.

 

Perché l’Eau de Ziò ha delle note di testa diffidenti e sospettose, un cuore angusto e angosciante e delle note di coda amare e dolorose.

 

 

Louis Creed è un medico ed ha appena ottenuto un incarico nel policlinico universitario di Ludlow, nel Maine. Assieme a sua moglie Rachael (Denise Crosby), ai loro due bambini, Ellie e Cage, ed al gatto Winston Churchill (detto Church), si trasferisce quindi in una nuova casa a ridosso della statale. Il loro vicino, Jud (Fred Gwynne), il classico uomo con tanti anni e altrettanta saggezza dei romanzi di King, allerta subito la famiglia del pericolo derivante dalla strada e parla a Louis di un antico cimitero indiano, poco distante, sul quale aleggiano varie leggende.

Ma Cimitero Vivente non dà allo spettatore il tempo di ambientarsi.

Poco dopo il trasferimento, Louis è alla prese con la impossibile rianimazione di un giovane atleta, Victor Pascow (Brad Greenquist), rimasto gravemente ferito a seguito di un incidente d’auto. Le condizioni di Victor sono gravissime e il suo vistoso trauma cranico non gli lascia speranze, tuttavia, rimasto solo con il medico, il giovane ha la forza di pronunciare poche ultime parole prima di esalare un estremo respiro.

Il cuore di un uomo è più duro di una pietra, Louis.
Tornerò da te, Louis.

Ovviamente Pascow manterrà la sua parola.

Nonostante l’intervento di sterilizzazione saggiamente effettuato, però, Church viene investito e ritrovato da Jud. Approfittando dell’assenza della piccola Ellie, Jud propone di ritentare un espediente da lui anni prima intrapreso ad un Louis non del tutto cosciente: per non far soffrire la bambina, per ritardare al suo animo gentile la conoscenza del significato di morte, i due seppelliscono il povero micio nel cimitero indiano, dal quale, si dice, che i morti ritornino in vita.

 

Ed il giorno seguente Church fa effettivamente ritorno, anche se non sembra più lui: è aggressivo e maleodorante, come se la sua carcassa fosse solo l’involucro di qualcosa di diverso, qualcosa di atavico e malvagio.

 

La piccola Ellie si accorge subito che qualcosa in Church non va, che qualcosa in lui è cambiato, ma a volte l’amore accieca, a volte l’amore rende ingenui. E non si tratta solo dell’amore della bambina per il gatto, ma anche quello di Jud per l’innocenza: l’uomo, infatti, per salvaguardare i sentimenti di Ellie, nella quale si immedesima, scatena una serie di eventi nefasti.

 

In una escalation di oppressione e disagio, conosceremo il piccolo Cage, figlio minore di Louis e Rachael e adorabile bambino dai capelli d’oro e gli occhioni nocciola che, sgambettando pannolinicamente, riesce ad intenerire persino me che ho l’istinto materno di una zucchina. Buona parte della riuscita di questo film spietato e bruciante è da attribuire proprio al suo piccolo interprete, Miko Hughes, che qualche annetto dopo sarà Dylan in New Nightmare (1994) e, ancor peggio, sarà il bambino che dice “i maschi hanno il pene e le femmine la vagina” in Un Poliziotto alle Elementari. Nonostante tutto Miko è oggi un ragazzo normale, uno che si sfonda di addominali come tutti.

 

Crescere negli anni ’90 non è stato facile, credetemi.

 

Ma quando la morte arriva lo fa come un camion a tutta velocità. Perché anche se la morte, come l’amore, ha un valore (o meglio un dolore) assoluto, la morte inaspettata e violenta non lascia scampo, non dà tregua, non permette rassegnazione. Non può esserci alcun “almeno ha smesso di soffrire”, nessuna ancora di salvataggio da gettare al cuore straziato di un padre che perde il proprio bambino.

 

 

Il senso di colpa di Louis per quell’attimo, quel singolo attimo di distrazione, si affianca a quello -pesante e inquietante – di Rachael per non aver amato ed accudito a dovere la sorella Zelda, gravemente malata di meningite spinale. Le poche sequenze che ritraggono Zelda (interpretata da un uomo, perché – pare – nessuna attrice fosse sufficientemente ossuta per la parte) mettono una tensione ed un’angoscia addosso di difficile paragone e contribuiscono ad enfatizzare quel senso di profonda disperazione di cui è pervasa l’intera pellicola.

 

La regia di Mary Lambert, che dirigerà poi anche il seguito, è netta e precisa in quel suo inchinarsi umilmente al servizio della narrazione senza indugiare in effetti speciali grandguignoleschi e senza lasciare tregua allo spettatore, trascinato in un vortice di desolazione e morte. Quello della Lambert è infatti un approccio all’horror che scansa il banale spavento per fare luce su di una paura ben più vera, acre e dolorosa: la perdita di un figlio.

 

 

Il climax finale non lascia scampo, non dà tregua, non fa sconti. Tra la paura e le lacrime, il film porta in scena con coraggio qualcosa che nessun altro ha osato rappresentare con la medesima struggente ed insanguinata dialettica: l’impotenza di fronte alla morte.

 

Pur essendo violento e sanguinario, Cimitero Vivente è un gioiellino macabro di tristezza e malinconia, di desolazione e rimpianto, di disperazione e colpa, di sentimenti senza tempo.

 

Purtroppo proprio questo “senza tempo” deve essere sfuggito alla Paramount, che ha messo in cantiere un remake del film – a quanto se ne sa oggi – per la regia di Juan Carlos Fresnadillo (28 Settimane Dopo). E mai come in questo caso…

Sometimes dead is better.

 

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La felicità è reale solo quando...
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19 Commenti

  1. Mr Ink 19 agosto 2015
    • StepHania Loop 19 agosto 2015
    • Mr Ink 21 agosto 2015
  2. James Ford 19 agosto 2015
    • StepHania Loop 19 agosto 2015
  3. Mari. 19 agosto 2015
    • StepHania Loop 19 agosto 2015
  4. Bara Volante 19 agosto 2015
    • StepHania Loop 19 agosto 2015
  5. Salvatore Baingiu 19 agosto 2015
    • StepHania Loop 19 agosto 2015
  6. Alfonso Maiorino 19 agosto 2015
    • StepHania Loop 19 agosto 2015
  7. Frank R. 19 agosto 2015
    • StepHania Loop 19 agosto 2015
  8. Jean Jacques 19 agosto 2015
    • StepHania Loop 19 agosto 2015
  9. Obsidian M 20 agosto 2015
    • StepHania Loop 21 agosto 2015

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