Contagion, di Steven Soderbergh

La Penombra della Scolopendra.

Nel lontanissimo 1978 un ometto strambo ed occhialuto iniziò, su carta, ad ipotizzare un futuro nel quale il novantanove percento della popolazione mondiale viene decimata da un morbo violentissimo, mentre il restante un percento, costituito da soggetti naturalmente immuni, si ritrova a dover combattere contro la brutalità dell’istinto di sopravvivenza e la violenza della società del mors tua, vita mea. L’Ombra dello Scorpione è un romanzo di 929 pagine. In questo momento sono a pagina 301. Pare che uno dei più amati successi di Stephen King stia per avere finalmente una trasposizione cinematografica ufficiale, ad opera di Yates e Kloves, che vedrà la luce nel 2013. Nell’attesa dovremo supparci boiate tipo Contagion.

I primi minuti lasciano ben sperare. Gwyneth Paltrow, in scalo a Chicago nella tratta tra Hong Kong – Minneapolis, emette un forte colpo di tosse, giustificandolo con il jet lag. Un giovane asiatico in evidente stato febbrile scende dal bus affollatissimo e si dirige verso casa attraversando un mercato nell’ora di punta. Un uomo d’affari accusa un malore e muore sull’autobus a Tokyo. Londra, Ginevra, San Francisco. Maniglie, cibo, abbracci. Un sottofondo elettronico. Una Ginetta paziente zero del tutto priva di grazia.
Contagion ha come protagonista indiscusso un virus a larga diffusione, il MEV-1, che provoca tosse, febbre, convulsioni ed emorragia cerebrale. Le pellicole incentrate sulle conseguenze di possibili pandemie non sono certo una novità, nè in campo horror (The Crazies28 Days Later, I Am Legend) né tra i serial (Survivors), ma Contagion, a differenza di quanto già visto, si sofferma sulle prime fasi di diffusione del morbo, sui vettori o i veicoli che portano il virus a diffondersi, sulla sua incidenza, sul numero di soggetti sani che ogni portatore può infettare, sugli studi (pseudo)scientifici alle spalle del primo vaccino sperimentale e sulle speculazioni dei soliti complottisti in cerca di notorietà (blogger dimmerda!). Il problema è che per trattare tutte queste argomentazioni servirebbero cinque o sei film. O forse, appunto, solo un film mediocre. Un (buon) intreccio di personaggi superficialissimi non rende giustizia al cast stellare composto anche da Matt Damon, Jude Law, Marion Cotillard, Laurence Fishburne, tra i quali spicca per l’interpretazione solo Kate Winslet. La direzione verista ed asettica tipica del regista di Traffic ed una fotografia curata e discreta rendono l’ensemble visivamente gradevole, ma non riescono ad insabbiare la pessima sceneggiatura, incapace di analizzare anche solo uno degli aspetti che sfiora.

La felicità è reale solo quando...
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5 Commenti:

  1. paveloescobar 17 settembre 2011
  2. StepHania Loop 20 settembre 2011
  3. paveloescobar 21 settembre 2011
  4. paveloescobar 30 settembre 2011
  5. StepHania Loop 7 ottobre 2011

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