Disturbo Ossessivo-Compulsivo 2002

Se mai si racconterà la mia storia, si dica che ho camminato coi
giganti, si dica che ho vissuto al tempo di Ettore, domatore di cavalli,
si dica che ho vissuto al tempo di Achille.

Ovvero: Un Altro Inutile Post Sulla Vecchitudine e i Dolori Osteoarticolari 

No, non è un errore di battitura: come lo scorso anno, ci si cimenta con questa follia della classifica delle dieci meglio cose di dieci anni fa, “la meglio robbba del 2002“: un caotico pentolone nel quale posizionare ordinatamente ciò che dieci anni fa faceva capolino in sala, in libreria e nei negozi di dischi e che, col passare del tempo, è entrato a far parte della storia (seee!).

Dieci anni fa Vin Diesel andava via come le pucce alle olive, usavamo ancora a pieno regime il videoregistratore, uscivano in sala i primi capitoli de L’Era Glaciale e Resident Evil ed entrava in circolazione il famigerato euro. Dieci anni fa tutte impazzivano per Moulin Rouge! e Il Diario di Bridget Jones, che ovviamente non rientrano in questa classifica, così come, con meno ovvietà, non rientrano le opere di due dei (già allora) registi preferiti da queste pagine: Panic Room di David Fincher ed Era Mio Padre di Sam Mendes. Come mai? Non lo so, me lo sto ancora chiedendo anch’io.

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10) Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain (Il Favoloso Mondo di Amélie)

Una storia di rara dolcezza, quella di Jean-Pierre Jeunet (Alien: Resurrection). Tra il divertente ed il poetico, questo film ricrea un mondo a parte, reale ed onirico allo stesso tempo, in cui personaggi che sembrano venuti fuori da ritratti impressionisti francesi si muovono alle dipendenze di Amélie (Audrey Tautou), paladina indie (quasi) ante littetam del bene e della giustizia. Un’opera delicatissima, bizzarra e visivamente ineccepibile. 

9) Vanilla Sky

Remake di una pellicola (Abre los Ojos di Alejandro Amenabar) che dieci anni fa mi ero ripromessa di vedere ed ancora non ho visto, alla sua uscita Vanilla Sky venne sputacchiato da chiunque, lasciando spazio ai mille fastidiosi gossip sul non più Signor Kidman ed  imminente Signor Cruz (sì, parlo di Tom Cruise). Invece questo film, pur eccedendo di tanto in tanto nell’americanosità giocattolosa, racconta un futurismo distaccato e rassegnato, nel quale ciò che si è amato (il cielo di un quadro di Monet, la copertina di un album di Bob Dylan, la figura di Audrey Hepburn in Sabrina) va a prendere il posto di ciò che si prova, di ciò che si credeva di provare. E poi, sotto quel cielo color vaniglia, c’è una Penelope Cruz che così bella non la abbiamo vista più.

 8) Red Dragon

Da brava fanatica, in fase adolescenziale, di Thomas Harris ho aspettato con fiduciosa speranza questo lavoro di Bret Ratner (The Family Man prima, Prison Break dopo il 2002), tratto dall’omonimo (ma non sempre, da noi è uscito anche come Il Delitto Della Terza Luna) romanzo del 1981 e remake, a sua volta, di Manhunter (1986) di Michael Mann (in cui, ricordiamolo, l’immancabile agente dell’FBI era interpretato da un William Petersen senza la pappagorgia di Grissom). Come probabilmente è giusto che sia, siamo anni luce lontani da Il Silenzio degli Innocenti (1991), ma fortunatamente altrettanto lontani dalle nefandezze di Hannibal ed Hannibal Rising. Red Dragon si rivela infatti un buon thriller, inquientante e malvagio, che rende giustizia al magnetico personaggio del Dottor Lecter (Anthony Hopkins) e si avvale, oltre che della convincente sceneggiatura adattata dallo stesso Harris, di una regia chirurgica e di ottime interpretazioni, tra le quali quelle di Emily Watson, di Ralph Fiennes e soprattutto di Edward Norton.

7) Minority Report

Un momento d’oro, quello di dieci anni fa, per zio Steven Spielberg: nel 2001 ci aveva fatto piagne a fontanelle con Artificial Intelligence, per poi, nel 2002, tirar fuori questa perlina di futurismo e fantascienza. Siamo nel 2054, le elezioni sono prossime e si prende in considerazione la possibilità di espandere l’unità Precrime, operante a Washington, a tutto il Ministero di Giustizia degli Stati Uniti. Il Precrime, con a capo il capitano John Anderton (di nuovo Tom Cruise) basa il suo operato sulla prevenzione dei crimini ad opera dei Precogs, tre sibille antropomorfe in grado di raccontare visivamente i delitti prima che vengano commessi. L’ossessione del controllo del domani è giusta prevezione o spietata predeterminazione? Basato su di un racconto di Philip K. Dick, Minority Report è un film maestoso, pretenzioso, riuscitissimo. C’è così tanto amore in questa casa.

6) Songs For The Deaf (Queens of The Stone Age)

We get some rules to follow / That and this / These and those / No one knows. Non conoscevo i Queens Of The Stone Age prima di questo singolo (benché fossero al loro terzo album, shame on me), ma dopo questo brano ludico, battente ed ossessivo, non li ho più abbandonati. L’album, Songs For The Deaf, si presenta come un viaggio (si apre praticamente con i rumori dell’accensione di un motore ed è accompagnato da intermezzi di stazioni radio) tra riff ripetitivi, ritmi martellanti e schizofrenie acustiche, nel quale il buon Josh Homme e la sua gang hanno scelto come compagni due mostri sacri del grunge: Mark Lanegan (in brani come Song For The Dead), ma soprattutto Dave Grohl, finalmente di nuovo ad una instancabile ed eccitante batteria. Songs For The Deaf è rock puro, grezzo, potente, senza pretese, semplice e geniale, diretto e bollente.

5) LOTR – Fellowship Of The Ring (La Compagnia Dell’Anello)

Un anello per domarli, un anello per trovarli un anello per ghermirli e nel buio incatenarli“. Come spesso è stato detto in questi giorni, sono passati dieci anni dal nostro primo viaggio nella Terra di Mezzo, dieci anni da quando abbiamo assistito, per la prima volta, ai preparativi della festa di Bilbo Baggins della Contea. Che si voglia studiare nel dettaglio la profonda allegoria posta dietro l’opera o che si voglia semplicemente guardarla con gli occhi del fanciulletto pascoliano, occorre riconoscere che questa prima pellicola della trilogia de Il Signore Degli Anelli ha cambiato le regole del gioco e riscritto il modo di fare fantasy.

4) Io Uccido (Giorgio Faletti)

“Se conosci il panorama dei thriller d’oltreoceano, questo romanzo non può piacerti”, dicevano. Sbagliando. Già, perché quando il cantante di Minchia Signor Tenente ha deciso di cimentarsi per la prima volta con la scrittura, per sua stessa ammissione nella prefazione di questa prima opera, ha chiamato in suo aiuto il maestro del genere (ed il mio maestro di allora): Jeffery Deaver. E’ vero che il più delle volte per leggere Giorgio Faletti occorre fare l’analisi logica a lato della pagina ed è vero che Io Uccido non è un capolavoro di stile e originalità, ma si rivela, in quell’ambientazione atipica ed in quei personaggi complessi, un romanzo in grado di accarezzare ogni sfera emozionale possibile: dalla paura
nella morte di Allen Yoshida in uno snuff movie allo strazio per la cosa
di Harriet
. Io Uccido è un buon romanzo, con una sua identità ed un livello che, purtroppo, il buon Giorgio neanche rasenterà con i successivi lavori.

3) The Pianist (Il Pianista)

Dopo l’incidente de La Nona Porta, Roman Polanski tira fuori questo gioiello di strazio e delicatezza e si porta a casa la Palma d’Oro e gli Academy Awards per regia, attore protagonista (un superbo Adrien Brody) e per sceneggiatura non originale. Di pellicole sulla seconda guerra mondiale e sui suoi orrori ne sono state realizzate tante, molte delle quali degne di elogi, ma nessuna può competere con il crescendo di ansia, umiliazione, solitudine, terrore e disperazione descritte da quest’opera. Una forma d’arte talmente alta che sembra offensivo sprecare parole.

2) Start With A Strong And Persistent Desire (Vex Red)

A dispetto di quel titolo benaugurante, dopo quest’album e due soli singoli (Can’t Smile e Itch),  i Vex Red si sono sciolti, probabilmente a causa dell’ossimoro di un frontman di una timidezza (e bellezza) rara ed un batterista che ogni tanto ci piace di suonare ignudo.
Siamo nel 2002 e nel Regno Unito sono tutti troppo presi dall’importazione dell’alternative alla cazzo (terminologia specifica, eh) dei The Hives e The Vines (tutta colpa dei The Strokes di Is This It?) per accorgersi di questi cinque giovanotti di Aldershot. Va un casino l’alternative garage rock e i Vex Red tirano fuori una sorta di hard rock elettronico, agrodolce e decadente allo stesso tempo. Le masse non se li filano (nonostante la firma con la Virgin), mentre qualcuno li associa ai Nine Inch Nails, qualcuno ai Faith No More, qualcuno ai KoRn, qualcuno addirittura tira fuori i Radiohead. Non mi è mai importato associarli o definirli, quello che ho avuto a cuore, però, era quel qualcosa, qualcosa in quei riff tra l’elettronica e il rock, qualcosa in quelle linee melodiche a tratti semplici ed a tratti fin troppo noise, quel qualcosa in quella voce, quella di Terry Abbott, che fa sì che questo album rientri, boh, tra i trenta migliori che abbia mai ascoltato. Ma che dico trenta, facciamo trentuno.

1) Signs

Una delle opere di M. Night Shyamalan più bistrattate da critica e pubblico e più ridicolizzate dalle parodie di bassa lega ha invece conquistato queste pagine sin dalla sua prima visione. Sì, nonostante Mel Gibson (Mel Gibson, Kyle, Mel Gibson). Un’opera che fa finta di interessarsi a crop circles e alieni per sfociare in un contesto molto più spirituale e poco fantascientifico: è il caso a dominare il mondo? Oppure in realtà le coincidenze non esistono? Il regista e sceneggiatore con la notte nel nome sa catturare lo spettatore e lasciarlo sulle spine senza bisogno di artifizi da dolby o di far vedere troppo (chi non ha avuto un sobbalzo durante il filmino del compleanno? Eh?), sa giocare magistralmente con i riflessi (dapprima l’alieno viene fatto intravedere nel riflesso sulla lama di un coltello, poi, nel finale, attraverso il riflesso nel televisore), sa inserirci un’adeguata dose di ironia e sa disseminare qui e lì tutti quei piccoli dettagli che solo alla fine comporranno il dipinto nel suo insieme. Una pellicola realizzata in modo superbo, una storia che sarebbe impossibile riassumere, un finale suggestivo, di quelli che restano dentro.
La felicità è reale solo quando...
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2 Commenti

  1. Mr Ink 29 dicembre 2012
  2. StepHania Loop 2 gennaio 2013

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