Disturbo Ossessivo-Compulsivo 2003

Se mai si racconterà la mia storia, si dica che ho camminato coi
giganti, si dica che ho vissuto al tempo di Ettore, domatore di cavalli,
si dica che ho vissuto al tempo di Achille.

Ovvero: Un Inutile Post Sulla Vecchitudine e i Dolori Osteoarticolari

Mentre gli altri lidi sono in piena fase di classifiche 2013, da queste parti si continua con il folle tentativo, iniziato due anni or sono, di riassumere le dieci meglio cose di dieci anni fa nel pentolone de “la meglio robba del 2003”. Il 2003 è stato l’anno in cui l’Italia impazziva per il mucciniano Ricordati Di Me e per l’ozpetekiano La Finestra Di Fronte, mentre nel mondo andavano forti Una Settimana da Dio e La Maledizione della Prima Luna. Il 2003 è stato anche l’anno dei deludenti Matrix Reloaded e Matrix Revolution e l’anno in cui hanno iniziato a starmi sul culo i Muse, che uscivano con l’album Absolution. Nel 2003 Pete Doherty venne arrestato e imprigionato per avere rubato
nell’appartamento dell’amico Carl Barât. Ma l’avvenimento più importante del 2003 si è verificato il 20 novembre negli Stati Uniti: nell’ottavo episodio della decima stagione di E.R., Freefall, moriva il Dottor Robert “Missile” Romano; purtroppo in Italia (per chi come me non aveva ancora la flat…) il miglior chirurgo mono-mano della storia morirà solo un anno dopo, per cui parleremo di lui e del suo razzismo tra un annetto, se tutto va bene. Nel frattempo parleremo di un altro chirurgo e di elefanti, dato che questa classifica ne contiene ben due. Ah, buon anno.



10) My Little Eye di Marc Evans
My Little Eye è un horroretto inglese (che a suo tempo non si è filato nessuno) basato su di un’idea geniale: cinque fessi accettano di passare sei mesi all’interno di una casa in mezzo al nulla,
completamente isolati dal mondo, dalla società e dai media e ripresi in qualunque momento, da
decine di telecamere che li mandano in onda su di un canale web seguitissimo.
Se i cinque fessi riusciranno a trascorrere tutti e
sei mesi nella casa, senza che nessuno dei concorrenti abbandoni, vinceranno una cofanata di soldi. Ovviamente la parte del contratto scritta in piccolo, quella in cui si accenna alla natura del canale web che li ha ingaggiati per questo particolare reality show, non è stata letta proprio a fondo da tutti… Un horroretto, eh, nulla di più, ma ben girato ed in soggettiva (in stile mockumentary, molto prima del revival Peliano), ricco di citazioni e fondato sull’esasperazione del voyerismo dello spettatore televisivo e la smania di apparire di una larga fetta di popolazione, che in quegli anni sfiorava vette realmente spaventose. Invece adesso… è sempre facile trovare cinque stupidi che cadono nel tranello.

9) Room On Fire di The Strokes
Due anni dopo Is This It? tornano queste cinque facce da schiaffi con quello che doveva essere l’album della consacrazione e che, invece, per un errore di battitura, è stato l’album della contraddizione. I paladini dell’indie rock, paradossalmente da sempre sotto contratto con una major (Rca), dopo l’esordio ruvido e quasi adolescenziale, addolciscono le loro liriche e le loro melodie, colmando il vuoto lasciato dalle pretese e dal fancazzismo giovanili con la noia tipica di una (la nostra) generazione. Secondo i fans degli inizi, Room On Fire è solo una riscrittura in bella copia di Is This It?; secondo chi i The Strokes li ha sempre odiati e sempre li odierà (oltretutto, nel 2013, i motivi per farlo ci sono…), Room On Fire è quasi un’offesa alla musica: Julian Casablancas urla sguaiatamente, Albert Hammond Jr e Nick Valensi fanno scene da poser senza saper realmente suonare, mentre Nikolai Fraiture e Fabrizio Moretti (all’epoca fidanzalato con la Barrymore) reggono a stenti in piedi una base ritmica elementare. In realtà i cinque newyorkesi che appena due anni prima erano stati etichettati come i rifondatori dell’indie rock, i guerrieri spirituali del garage rock, i salvatori della storia della musica, mettono a punto un album che propbabilmente non rappresenta niente di nuovo. Eppure Room On Fire è essenziale e genuino come deve essere il rock’n’roll.

8) Il Chirurgo (The Surgeon) di Tess Gerritsen
Boston. Vengono alla luce i cadaveri di due
giovani donne orrendamente mutilate e le indagini vengono affidate (per la prima volta) alla detective Jane Rizzoli, determinata e risoluta, sola ed unica donna in un commissariato di uomini che la sottopongono a continue discriminazioni. Le indagini rivelano un agghiacciante modus operandi per questo serial killer, denominato “il chirurgo” per la sua conoscenza delle tecniche operatorie: il sosco seleziona giovani donne già vittime di violenza sessuale, le stordisce con il cloroformio, le tortura ed estrae loro l’utero quando le vittime sono ancora vive e coscienti. La Rizzoli scopre un nesso tra questo rituale e quello di un assassino, Andrew Capra, che
anni prima, a Savannah, aveva violentato, seviziato e ucciso diverse
donne. Jane scopre anche che l’ultima vittima del killer di Savannah, Catherine Cordell, è
riuscita a sfuggirgli, uccidendolo, e che adesso vive anche lei a Boston. La Cordell, medico chirurgo nel reparto di traumatologia, ha tentato di ricostruirsi una vita barricandosi in un’esistenza defilata e dimessa e facendo delle misure di sicurezza la sua priorità. Ma, a quanto pare, è proprio lei che il chirurgo sembra cercare.
Primo romanzo del ciclo di Jane Rizzoli per Tess Gerritsen, che ne fa un medical thriller dal ritmo incalzante e dai personaggi solidi, che cattura e talvolta stupisce e che farà aver paura di aprire le finestre anche e soprattutto in estate. Un punteggio di 4.2 su QLibri e di 4.28 su IBS. Mica cazzi.

7) Elephant di Gus Van Sant

Un cieco potrebbe mai descrivere un elefante? Lunghissimi piani sequenza composti da steadicam che inseguono nuche. Le nuche sono di studenti qualsiasi, di una highschool americana qualsiasi, in una mattinata qualsiasi di un giorno particolarissimo. Lo spettatore segue, come di nascosto, i vari personaggi (nessun attore professionista) alle prese con le lezioni, il corso di fotografia, l’emarginazione, la bulimia, la biblioteca e… la strage. Le stesse scene, le stesse dinamiche, gli stessi dialoghi sono ripetuti più e più volte, rivisti nelle prospettive (delle nuche) dei diversi soggetti. Un loop scomodo e distante nel quale ognuno dei personaggi (che dà il nome ad ogni capitolo della pellicola), pur interagendo costantemente con l’esistenza degli altri, è solo, isolato, alienato. Come spesso accade nelle opere del regista statunitense (Paranoid Park, 2007), i genitori, quando presenti, sono fuori fuoco, ai margini dell’inquadratura, stanchi, distanti o ubriachi. Eric e Alex sono due studenti di quella stessa highschool con la passione per le armi e proprio in questo giorno particolarissimo decidono di andare a scuola in tuta mimetica, armati fino ai denti, e di aprire il fuoco su chiunque si trovi a tiro. In Elephant Gus Van Sant si nasconde dietro il non visto, dietro le musiche di Beethoven e dietro una fotografia asettica e disinteressata per descrivere il terrore e la morte celati dietro un massacro in una scuola in stile Columbine. Eppure l’elefante era lì, nella stanza di Alex. Com’è possibile che nessuno lo abbia visto?

6) Elephant dei White Stripes

Detroit: Jack White (John Anthony Gillis) e Megan Martha White. Fratello e sorella? Marito e moglie? Ve ne è davvero fregato qualcosa, anche solo per un momento? No, infatti. Quello che ci importava, all’epoca, era il modo in cui i White Stripes riuscivano a intacchinarsi i media e il loro talento nello scrivere una buona canzone partendo da un semplice riff o una manciata di accordi quasi basilari: si pensi a Seven Nation Army (brano che la XL Recordings, tra l’altro, non voleva pubblicare come singolo), un riff di basso e una batteria primitivi di un’incisività tale da essere impressa persino nello scarso senso della musicalità dei caproni da stadio. Elephant, pur non brillando per originalità, si rivela un concentrato di garage e blues fresco, dinamico ed eccitante ed a renderlo uno dei migliori 100 album degli anni 2000 secondo Rolling Stones (e più o meno secondo chiunque), hanno contribuito anche brani come Black Math, vigoroso e metallico occhiolino al garage e al lo-fi degli anni ’90, You’ve Got Her in Your Pocket, ballatona costruita su chitarre acustiche, In The Cold, Cold Night, jazz cantato da Meg White che ti entra nel cervello e non ne esce più, e, soprattutto, Ball and Biscuit, un blues sinuoso e sensuale che sembra venuto fuori direttamente dalla Chicago rhythm ‘n’ blues degli anni ’50/60 ed infine la cover di Burt Bacharach, I Just Don’t Know What To Do With Myself, nel cui video ballava la lap dance una Kate Moss ancora Doherty-free. Perché vi ricordo che possiamo anche far finta di niente, ma le cose hanno iniziato ad andare male in Europa da quanto Pete Doherty e Kate Moss si sono lasciati, eh.

5) Dogma di Kevin Smith

Dogma è in realtà un film del 1999, arrivato da noi nell’estate 2003 a causa della ferrea opposizione mossa dal Movimento Cattolici Conservatori Italiani contro Dogma. No, il movimento me lo sono appena inventato, ma il concetto di base è verissimo. Avete presente quell’immagine del Cristo Compagnone che impazza sui social network, con Cristo che fa le pistole in stile Julian Casablancas? Ecco, quello è Dogma.
In Dogma, Dio (che non può essere che donna, dato il suo spiccato senso dell’umorismo), durante una delle sue “passeggiate di sfizio” (ovvero una delle sue incursioni sulla Terra per giocare a flipper), resta incastrato/a nel corpo di un barbone malmenato dagli adepti del Dimognio. In Dogma Dio, tra l’altro, è Alanis Morissette. Tavero. Mentre l’Onnipotente è un attimo impedito/a, il Metatron (Alan Rickman), ovvero la Voce di Dio, appare nella camera da letto di Bethany (Linda Fiorentino) per affidarle una missione: con l’aiuto di due profeti, Jay (Jason Mewes) e Silent Bob (Kevin Smith), dovrà recarsi nel New Jersey ed impedire a due angeli di aggiudicarsi l’indulgenza plenaria varcando le soglie di una chiesa. Gli angeli in questione sono Bartleby (quel Ben Affleck oggetto di numerosissime polemiche nelle ultime settimane), un angelo osservatore, e Loki (Matt Damon), l’angelo vendicatore responsabile delle dieci piaghe d’Egitto, entrambi scacciati dal Paradiso per disobbedienza. Durante il suo viaggio, Bethany, che lavora in una clinica per aborti (!), scoprirà di essere l’ultima discendente di Cristo (eh, già…) e incontrerà Rufus (Chris Rock), il tredicesimo apostolo, bandito dalle Sacre Scritture perché nero, e Serendipity (Salma Hayek), musa con un blocco creativo.
Scritto e diretto da quel geniaccio di Kevin Smith tra un Clerks e l’altro, Dogma è stato massacrato dalla critica fuori e dentro Italia. Con il suo sarcasmo esilarante e dissacrante, Dogma è, secondo la sottoscritta, una delle pellicole più divertenti, ironiche ed intelligenti che il Cinema ci abbia mai regalato. Certo, per apprezzarla occorre avere un certo humour, d’altra parte anche Dio ha senso dell’umorismo… Prendete l’Ornitorinco.

4) Kill Bill Vol.I di Quentin Tarantino
E’ imbarazzante provare a scrivere di film che hanno visto davvero tutti, quindi il sesto film del Tarantino regista è qua, al quarto posto. Bella zio.

3) Mystic River di Clint Eastwood

Coincidenze. Segni. Il ricordo di quel giorno, quello che ha cambiato tutto, è inciso sul marciapiede sul quale Sean, Jimmy e Dave hanno impresso i loro nomi, poco prima che due presunti poliziotti, tra i quali John Doman (Borgia), dopo una breve strigliata, caricassero in auto Dave con il pretesto di accompagnarlo a casa. I due non sono poliziotti e Dave sarà sequestrato e seviziato per quattro giorni, prima di riuscire a scappare. Al suo ritorno, Dave non sarà più lo stesso. La loro amicizia non sarà più la stessa. A volte penso che ci siamo saliti tutti e tre insieme in quella macchina.
Venticinque anni dopo Katie, figlia di Jimmy (Sean Penn, Oscar per il Miglior Attore Protagonista), viene brutalmente assassinata. Quella stessa sera Dave (Tim Robbins, Oscar Miglior Attore Non Protagonista) rientra in casa ferito ed insanguinato, insospettendo la moglie Celeste (una bravissima Marcia Gay Harden, The Newsroom). I poliziotti incaricati delle indagini, pericolose e complesse, sono Sean (Kevin Bacon, The Following) e Whitey Powers (Laurence Fishburne, Hannibal). Le prime ricerche sull’arma del delitto portano a Brendan Harris (Tom Guiry, The Black Donnellys), figlio del vecchio boss del quartiere e fidanzato di Katie, ma poi, in un vortice di sfiducia e bugie, tutti i sospetti (leciti ed illeciti) convogliano su Dave.
Clint Eastwood mette a punto un thriller scomodo e tragico sul sospetto, sulla mistificazione, sulle origini del male, che preferisce l’indagine all’interno dell’animo umano a quella che esamina fatti e prove. A questi tre ex-bambini, intrappolati in una ragnatela di silenzio e ferocia, si accostano altrettante, importanti, figure femminili: dall’insicura e dubbiosa Celeste, alla incoerente ed assente Lauren (moglie di Sean), fino alla spietata e gelida moglie di Jimmy (Laura Linney). Ogni personaggio, con le sue scelte, per quanto piccole ed apparentemente insignificanti, contribuisce al crescendo del finale, quello nel quale, in un’oscurità quasi più accecante del meschino gioco perpetrato ai suoi danni, il “mostro” viene sacrificato. Basato sull’omonimo romanzo di Dennis Lehane (da noi edito come La Morte Non Dimentica, 2001), Mystic River non purifica dai peccati, ma permette alle sue acque, sature di un passato infetto e senza possibilità di redenzione, di travolgere ed occultare ogni cosa. L’ultima volta che ho visto Daveventicinque anni fa, lungo questa strada, nel retro di quella macchina.

2) La 25a Ora (25th Hour) di Spike Lee

Siamo a New York, un anno dopo (il film in U.S.A. esce nel 2002). Spike Lee per la prima volta immortala su pellicola Ground Zero e la mastodontica assenza delle Twin Towers. Gli Stati Uniti sono in ginocchio, sono arrabbiati, sono sospettosi. In questo contesto, reale e di fiction, Montgomery Brogan (un Edward Norton in uno stato di grazia paragonabile a quello del suo stesso Fight Club) si appresta a vivere le ultime ventiquattr’ore di libertà, prima di essere rinchiuso per sette nel carcere di Otisville per spaccio di stupefacenti. Sono cazzi.
In queste ore che sembrano non finire mai, Monty deve salutare i suoi amici d’infanzia, Jacob e Frank, interpretati da due bravissimi Barry Pepper e Philip Seymour Hoffman, mentre sospetta di esser stato tradito dalla sua fidanzata, Naturelle Riviera (Rosario Dawson). Relazioni, quelle in questione, raccontate senza la minima retorica: dall’amico che avrebbe potuto fare o dire qualcosa per frenare la disfatta di Monty, alla fidanzata che accettava quel tipo di vita senza interrogarsi sulle sue conseguenze; dall’amico fraterno, apparentemente cinico e distaccato, il cui senso di colpa per non aver agito prima diventa violenza, fino ad arrivare al padre (Brian Cox), ex-pompiere ed ex-alcolizzato, che non è riuscito a difendere e proteggere il suo unico figlio. In preda alla collera, Monty sfancula chiunque, mettendoci pure Cristo, Osama Bin Laden e persino se stesso in uno dei monologhi più collerici e rassegnati che il cinema ci abbia mai regalato.
Un film sull’attesa, il senso di colpa, il fallimento, che culmina in quel finale oltremodo amaro e beffardo. La 25a Ora è una morbosa canzone d’amore per New York che si diletta a farci male, raccontandoci ciò che è stato, ciò che sarà e ciò che avrebbe potuto essere. C’è mancato poco che non succedesse mai.

1) 28 Giorni Dopo (28 Days Later) di Danny Boyle

Boyle aveva fatto il botto con Traispotting (1996) e gli Stati Uniti lo avevano reclamato a gran voce per la regia di The Beach (2000), i cui produttori, al posto di McGregor (muso che lo stesso regista avrebbe voluto per il ruolo di protagonista), gli impongono un giovane Di Caprio, reduce dall’eccessivo successo di Titanic (1997) e The Man in The Iron Mask (1998). Questo è un punto storicamente importante per l’umanità, perché da questo groviglio di fatti hanno avuto origine: a) l’innegabilità del fatto che alla fine The Beach fosse un film di merda; b) la scissione artistica tra Boyle e Ewan McGregor; c) la maledizione di Di Caprio, che nel frattempo è diventato davvero un attore, ma non ha vinto un piffero; d) Cillian Murphy, destinato a diventare protagonista di questa pellicola dopo la scozzese incazzatura di McGregor e gli impegni che hanno costretto Ryan Gosling (!) a rifiutare. Eh, già.
Dopo il fiasco di The Beach, quindi, il nostro simpatico Danny torna in patria con la coda tra le gambe e deve accontentarsi di poco per realizzare quello che alla fin fine è un B-Movie: make-up e lenti a contatto per le zombie-comparse e un cast di attori (all’epoca) sconosciuti. Così il nostro piccolo Danny deve ingegnarsi, deve raccogliere baracche e burattini alle quattro del mattino per riprendere il cuore di Londra deserto, deve filmare le sequenze con gli infetti ad una velocità di ripresa più lenta per poi montarle a velocità normale.
Ma non sono gli zombie-velocisti l’unica innovazione di questa pellicola, che vede l’epidemia iniziare a causa di un gruppo di animalisti che fanno irruzione in un laboratorio e che liberano delle scimmie infette da rabbia. Jim (uno splendido Cillian Murphy) si risveglia dal coma, solo e  debole, ventotto giorni dopo l’inizio del contagio e vaga per una Londra desolata e devastata fino ad incontrare Mark e Selena (Naomie Harris) prima, Frank e sua figlia Hannah poi. I protagonisti sanno che basta un semplice contatto con del sangue infetto a farli regredire, entro pochi minuti, allo stato di animali selvaggi ed aggressivi e sanno che non potrà esserci più di qualche secondo di pietà per chiunque dovesse venir contagiato. Come spesso accade nei survival-movies, Jim ed i suoi compagni di viaggio si ritroveranno a fuggire da qualcosa di pericoloso (il virus) per andare incontro a qualcosa di ancor più insidioso: l’uomo. Già, poiché il contesto socio-politico rimasto (neanche tanto) velato nella prima parte dell’opera, esplode poco più in là di Manchester in una poltiglia violenta, ambigua, metaforica ed antimilitarista alla quale è difficile trovare paragoni.
Una colonna sonora indimenticabile ed in seguito copiatissima, una sceneggiatura, quella di Alex Garland (Sunshine, Never Let Me Go), solida e beffarda, ed una regia, quella del nostro Danny Boyle, cinetica, cruda e maniacale vanno a definire un horror perfetto e perfettamente figlio del suo tempo, un horror nel quale i civili non hanno armi da fuoco, nel quale la paura della malattia appanna quella dei morsi degli zombie e nel quale, a sopravvivere alla guerriglia urbana uomo-infetti, sono gli hooligans, i poliziotti e i militari.    
Ladies & Gentlemen, siamo di fronte ad un’opera che la misera autrice di questo stupido blog inserirebbe (molto probabilmente sul podio) ne le dieci meglio cose di sempre, siamo di fronte al vero Horror.
With endless love, we left you sleeping. Now we’re sleeping with you.
Don’t wake up.
La felicità è reale solo quando...
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2 Commenti:

  1. James Ford 2 gennaio 2014
  2. rob nigelli 8 gennaio 2014

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