Dry The River – Shallow Bed (2012)


I Was Prepared To Love You And Never Expect Anything of You

La Sony ci mette lo zampino (o più propriamente lo zampone) e questo, non per fare sempre la stronzetta indie di questa minchia, questo quasi mai è un bene. Il pezzo cardine dell’album, il brano che li ha lanciati sia nel perverso mondo di internet, sia nel chiassoso mondo dei live, Bible Belt, risulta appiattito dalla mega produzione impostagli e perde quella spontanea drammaticità e quel piglio incazzosamente originale che aveva invece sia in questa meravigliosa versione acustica, sia nella raccolta iTunes Music Festival 2011. Cos’é successo, quindi, al sound della band sulla quale queste pagine puntavano con tanta sicurezza?

Anche se dai testi e in alcuni punti anche dal tipo di canto sembrerebbe di essere in qualche sperduta comunità amish dell’Ohio ad ascoltare il sermone della domenica, i Dry The River sono un quintetto proveniente da Stratford, Londra, e qui al loro primo album in studio, dopo essersi fatti le ossa e presumibilmente essersi fatti anche altro (viva i luoghi comuni!) al Glastonbury, al Reading/Leeds e al SXSW Festival.
La loro musica, da loro descritta come un gospel folk suonato da una band post-punk, è caratterizzata da tempeste emotive che sfociano spesso in cori dal sapore gospel, da chitarra acustica e violino spesso inghiottiti da martellanti percussioni e guizzanti chitarre elettriche, ma soprattutto da testi che parlano di solitudine, malattia e morte. Niente a che vedere con la classica band con la barba e l’ukulele, dunque, piuttosto una piacevolissima accozzaglia di generi (folk, punk e persino country) e strumenti (violino, archi, fiati e qualsiasi cosa possa essere suonata) impossibile da classificare, in un perpetuo, e talvolta straziante, crescendo melodico.
New Ceremony, ritmatissima ballata su di una coppia in crisi in cui Peter Liddle, frontman ed antropologo rinunciatario, fa venir fuori tutto il suo cattolicesimo decadente, ancora alle prese con dubbi e sensi di colpa (“The angel of doubt came down and crept into your bed“) conferma quanto detto in apertura su Bible Belt: anche in questo caso, ed inspiegabilmente, era di maggior impatto la versione live dell’iTunes Music Festival 2011. La stessa opinione si può avere di History Book, racconto di un viaggiatore triste ed innamorato, appesantito dal pensiero dei suoi cari (“as heavy as a history book can be, I will carry it with me“).
The Chambers & The Valve, terzo singolo estratto e terzo video ufficiale, è una canzone d’ammore nella quale finalmente nessuno dei due sta per morire e, assieme all’evocativa Demons, apre le porte a Bible Belt, storia di un bambino dai genitori alcolizzati che si prende cura dei fratelli (evvai col buonumore!), con quel finale testuale che, perdono, è impossibile non citare:

And when it’s dark outside, you light the fire yourself

Darling when the ice caps melt
When the devils in the bible belt
Don’t you cower in your bed
I’ll be at the five-four-five
You can meet me at the railway line
Don’t look so staid

‘Cause we’ve been through worse than this before we could talk

And the trick of it is, don’t be afraid anymore
Oh, the trick of it is, don’t be afraid anymore

No Rest, con quell’angosciante “I loved you in the best way possible” del ritornello, in cui la voce di Peter Liddle acquista quel falsetto incerto e tremolante così fottutamente sublime, si conferma, accompagnato da quel video che tanto avevamo amato, uno dei brani di punta di questo lavoro.

Shaker Hymns segna il rientro nel loro tipico suono folk, raccontando, con delicati arpeggi di chitarra ed una sferzata di allegria (), la storia di un uomo la cui moglie é gravemente malata, ed introducendo la oramai conosciutissima Weights & Measures. A chiudere questo lavoro, Lion’s Den, brano che inizia in maniera acustica per poi esplodere in un tripudio di urla e strumenti (temo anche un mandolino), nel quale finalmente il violino si prende la sua melodiosa rivincita.
Un’opera prima che effettivamente ha il suo peso (e la sua misura), ma che disperde quella potenza sporca e spontanea tanto apprezzata sino ad ora. Probabilmente i Dry The River non saranno nei primi 100 album di NME, nè invaderanno mai l’Austria, ma fanno musica con coraggio, gusto e convinzione. Amen.

La felicità è reale solo quando...
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6 Commenti

  1. Doriana 13 marzo 2012
  2. Irene 7 aprile 2012
  3. Resto In Ascolto 19 aprile 2012

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