Grave Encounters, di Colin e Stuart Vicious

Un Tanto Doveroso Quanto Inutile Excursus

Quello che ormai viene definito il filone dell’horror mockumentary trova le sue radici laddove hanno avuto origine tutte le cose brutte del nostri tempi: gli anni ’80. E’ proprio nel febbraio del 1980 che Cannibal Holocaust di Ruggero Il Male Deodato approda nelle sale cinematografiche, con il suo strascico di polemiche sullo snuffing e i suoi risvolti giudiziari. La prima parte di questo tanto controverso quanto spregevole film vede un inviato alla ricerca dei reporter della BDC scomparsi in Amazzonia sei mesi prima. I tre giovani saranno ritrovati molto, molto morti, ma pressoché intatto sarà il materiale da loro girato, che costituisce la seconda, ancor più tanto controversa quanto spregevole, parte della pellicola. Un finto documentario dentro un film horror, dunque. L’inizio di un genere.
Nel 1999 serrate campagne pubblicitarie aprono la strada a The Blair Witch Project di Myrick e Sanchez, caotica e discreta pellicola interamente incentrata sul finto documentario, capostipite del genere del paranormal mockumentary. Mark Evans, nel 2002, con il suo My Little Eye, sposta per la prima volta l’impianto documentaristico all’interno di un reality show, creando un precedente per la fortunata e ben fatta serie inglese The Dead Set del 2008, per l’ottimo [Rec] e per il recentissimo e molto meno ben realizzato ESP – Fenomeni Paranormali. Sempre nel 2007 (per noi 2008), si assisterà ad uno dei migliori esemplari di horror mockumentary ad opera degli spagnoli Balaguerò e Plaza, che nel loro [Rec] raccontano la storia di una troupe televisiva al seguito di una squadra di vigili del fuoco e del loro rimanere coinvolti in un incubo di sangue, oscurità e paranormale. Seguirà un periodo piuttosto fortunato per il genere, grazie a Cloverfield (2008), di Matt Reeves, Diary Of The Dead, nel quale persino George Romero si lascia tentare da questa tecnica, ed al fantascientifico District 9 (2009) di Neil Blomkamp. Ancora nel 2007, anche se da noi se ne parlerà a febbraio 2010, una colossale operazione di marketing prepara il pubblico alla pellicola di Oran Peli, Paranormal Activity, girata nell’abitazione dello stesso regista con un budget di 11.000 $, il cui principale merito è stato quello di spostare il paranormal mockumentary all’interno delle mura domestiche, nella quotidianità. La fortuna e le possibili innovazioni del genere, purtroppo, si fermano qui, quando diventa convinzione comune la possibilità di poter accostare al basso budget richiesto dalla tecnica l’assoluta mancanza di idee; ne sono un esempio l’inutile remake Quarantine, gli orribili sequel [Rec] 2 e Paranormal Activity 2,  il pessimo The Last Exorcism e, appunto, ESP – Fenomeni Paranormali (Grave Encounters).

Buuu! / ESP – Fenomeni Paranormali

La pellicola viene nei primi minuti presentata come il filmato originale dell’esperienza della troupe televisiva del reality ESP – Fenomeni Paranormali nella sua sesta puntata, dedicata all’ospedale psichiatrico abbandonato di Collingwood. L’accostamento documentario/reality/horror non può che far pensare da subito al buon lavoro di Balaguerò e Plaza, [Rec], del 2008. I primi divertenti venti minuti ci presentano i protagonisti, il presentatore, due operatori di ripresa, il tecnico audio/video e un medium dal discutibile talento, intenti ad enfatizzare dicerie e a corrompere testimoni, lasciando intuire chiaramente che fine farà ognuno di loro. Proprio questa prima parte, con il suo ironizzare sul suo genere con medium falsissimi, testimoni acquistabili con 20 dollari e un presentatore gradasso e stupido alla smaniosa ricerca della notorietà, fa ben sperare. Poi però i cinque decidono di farsi rinchiudere nel vecchio e lugubre edificio per documentare eventuali presenze sovrannaturali che non tarderanno a rivelarsi, ed è proprio qui che il film precipita nel clichè di genere, inizialmente con effetti vedononvedohaivisto?, poi con una serie di imbarazzanti banalità come fantasmi calciatori, arti che fuoriescono dai muri e vasche colme di sangue con sorpresa, fino a culminare nelle scene clou, costituite dall’uccisione e il pappamento di un ratto e da un fantasma in abiti da lavoro che storce la mandibola. La visuale dello spettatore si divide tra le immagini delle due tremolanti camere a mano e la visuale fissa delle camere montate per il documentario, proprio come in Paranormal Activity di Oran Peli (2007/2010). Niente di nuovo, anzi, una rivisitazione di cose già viste che mettono a dura prova la pazienza dello spettatore, tra una recitazione da barzelletta e una sceneggiatura da post-it, di fronte alla quale anche la giovane età dei due registi, i soli tredici giorni di riprese e la produzione del tutto indipendente impallidiscono.
La felicità è reale solo quando...
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