In The Flesh – Seconda Stagione (2014, BBC Three)

Don’t Worry. Your Brother’s got a Habit of Popping Back, Doesn’t he?

Ci sono serie televisive che puntano tutto sul distacco, come la bella e recente Fargo e la intrigante (anche se oramai monotona) House of Cards, serie televisive che l’impassibilità la causano a botte di noia, come The Following e The Walking Dead, ed infine ci sono serie televisive di fronte alle quali è impossibile restare imperturbabili: è questo il caso di In The Flesh, serie made in U.K. che, dopo una prima stagione immensa ed indimenticabile (la migliore della scorsa annata, secondo queste stupide pagine), mette a segno un secondo ciclo di episodi forse non a livello del primo, ma sicuramente toccante, allegorico e profondo.

A Roarton, poco ridente cittadina di provincia, “il risveglio” ha causato non pochi problemi. In una specifica notte del 2009, infatti, i morti – alcuni morti – hanno iniziato a tornare in vita sottoforma di zombie sgranocchia-cervelli. Ma il progresso e la scienza sono inarrestabili, più veloci della violenza e più determinati della milizia HVF (Human Volunteer Front), e per quei non-morti famelici vengono presto trovate una cura ed una diagnosi: PDS, Partially Deceased Syndrome. Una volta curati nel centro di Norfolk, i malati di PDS vengono rispediti a casa con una confezione di lenti a contatto e una di fondotinta, perché la società potrà anche imparare a tollerare la loro presenza, purché essi cerchino di nascondere al mondo la loro diversità. Ed è così che nella prima stagione avevamo conosciuto Kieren Walker e Amy Dyer, due personaggi di una forza e di una credibilità senza pari, due emarginati ed esclusi già prima di “contrarre” la PDS, due personalità diversissime eppure perfettamente complementari. Li avevamo amati, Kieren ed Amy, come esistessero realmente, come se potessimo uscirci assieme, come se in realtà fossero un po’ noi.

In questa seconda stagione facciamo ritorno a Roarton – dove oramai conosciamo tutti – per scoprire che la situazione non è poi così cambiata: il razzismo verso i malati di PDS è ancora vivo e presente, fomentato oltretutto da alcune frange estremiste di non-morti che seminano il terrore assumendo la Blue Oblivion, droga che avevamo già conosciuto nella prima stagione e che li fa recedere, nel giro di pochi istanti, allo stato di carcasse fameliche. Se la prima stagione, del tutto intimista, si concentrava interamente sulla non accettazione sociale di Kieren, protagonista non-morto, suicida ed omosessuale, questa seconda stagione acquista più ampio respiro andando ad indagare il tema dell’aggregazione sociale: così come un uomo da solo non può far molto, ma un insieme di uomini può costituire una milizia, un malato di PDS può essere escluso ed offeso, ma un gruppo di malati di PDS può formare il Fronte di Liberazione. Un bene? Beh, se lo chiedete a me, l’aggregazione non è mai un bene, ma se lo chiedete a Dominic Mitchell, ideatore e sceneggiatore della serie, probabilmente vi darà una risposta non troppo dissimile.

Ad inasprire la tesi mia e di Mitchell contribuisce anche un nuovo personaggio, la Deputata Maxine Martin (Wunmi Mosaku) del partito Victus, un movimento conservatore volto alla tutela delle barriere e con una certa propensione al nazismo. Fresco di elezioni, il Victus impone ai malati di PDS il divieto di espatrio ed il ritiro dei documenti, riottenibili esclusivamente solo dopo un periodo minimo di sei mesi di lavori socialmente utili (o presunti tali). Ma la Deputata Martin nasconde qualcosa e questo qualcosa, probabilmente, riguarda il “second rising” previsto dalla Bibbia ed abbondantemente pubblicizzato nel corso della prima stagione dal perfido Reverendo, che era riuscito ad influenzare il violento e suscettibile Bill Macy portandolo ad uccidere suo figlio Rick, malato di PDS e compagno del nostro Kieren.

Tutti si muovono, in In The Flesh: sia che i personaggi restino fedeli alle proprie idee sia che vengano traviati da un qualche Profeta, essi mutano, si evolvono, si sviluppano. E’ il caso di Simon Monroe (Emmett Scanlan, The Fall), new entry in questa stagione, che passa dallo stato di discepolo a quello di libero pensatore, quello di Philip Wilson (Stephen Thompson), che, liberatosi della sua gabbia sociale, può essere ciò che realmente è (ovvero una persona di gran lunga migliore) e soprattutto quello di sua madre Shirley (Sandra Huggett), che, presentataci un anno fa come un’infermierottola maldestra, nasconde in sé ed in quel “good choice” tutta la nobiltà dell’animo semplice. A queste (ed altre) evoluzioni si contrappone l’involuzione della famiglia di Kieren: un anno fa stretta attorno al ritorno del figlio creduto perso per sempre, la ritroviamo ora indaffarata, distante ed a tratti persino crudele.

E poi ci sono loro, Kieren ed Amy, i meravigliosi Luke Newberry ed Emily Bevan. Li ritroviamo dove e come li avevamo lasciati: Kieren è inquieto ed in perenne lotta con sé stesso mentre sogna di lasciare Roarton per vivere un’esistenza quanto più normale possibile, mentre Amy, che aveva lasciato Roarton per unirsi al Fronte di Liberazione alla ricerca dei suoi simili, è contenta di farvi ritorno perché ritenuta “speciale”. Ed effettivamente Kieren, Amy e Simon sono speciali: tra loro troveremo il primo ad essersi risvegliato, il primo a reagire alla Neurotriptilina ed il primo a manifestare dei sintomi imprevisti…

Immersa in una enorme metafora sociologica e modellata da dialoghi in grado di toccare ogni emozione umana, questa seconda stagione di In The Flesh riesce comunque a conservare una narrazione intima ed emozionante, pur non trovando particolare giovamento dal taglio da sei episodi (contro i tre della prima stagione) e da un paio di storyline che – si presume – saranno approfondite in seguito. Ma nonostante questi trascurabili difetti, In The Flesh si rivela nuovamente imperdibile anche grazie ad una marmorea continuità con la precedente stagione, che crea immediatamente confidenza ed intimità.

Nel season finale ci viene inferto un nuovo colpo al cuore – come se non bastasse – accentuato dalle note di You di Keaton Henson, uno di quei brani in grado di farti scoppiare a piangere anche mentre stai cambiando la lettiera al gatto. Ci sono buone (se non ottime) probabilità che In The Flesh abbia una terza stagione, ma a me Kieren ed Amy mancano già adesso. Anzi, forse mi sono sempre mancati.

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In The Flesh – Season 2 (U.K. 2014)
Ideato da: Dominic Mitchell
Regia: Jim O’Hanlon, Damon Thomas, Alice Troughton
Sceneggiatura: Dominic Mitchell
Cast: Luke Newberry, Emily Bevan, Harriet Cains, Emmett Scanlan, Wunmi Mosaku
Genere: horror, drama, gente malata dentro casa
Programmazione in U.K.: dal 4/05/2014 all’8/06/2014 su BBC Three
Programmazione in Italia: probabilmente mai
Se ti piace guarda anche: Dead Set (2008), Les Revenants (2013)
La felicità è reale solo quando...
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Un Commento:

  1. Sophie 8 agosto 2014

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