In Time, di Andrew Niccol

Da bambina avevo la ferma convinzione che ci fosse un numero prestabilito di parole che ognuno di noi avesse a disposizione nella propria esistenza e che esaurito questo non si avessero più parole a disposizione per esprimere i propri pensieri. Di conseguenza limitavo al massimo le mie risposte, aspettandomi che, da grande, avrei avuto più cose da dire e più parole a disposizione per dirle. Non ricordo qual è stato il momento in cui ho capito che la mia era una convinzione erronea, ma ricordo che è stata una cocente delusione realizzare che il mio tesoretto, costituito da tutte le parole che mi ero risparmiata, non aveva valore. Che c’entra tutto questo con In Time? No, niente.

L’ultima fatica di Andrew Niccol, regista di Gattaca e sceneggiatore di The Truman Show, si basa sull’idea che in un futuro prossimo, annullato il processo dell’invecchiamento, sia il tempo a diventare la nuova moneta. Al compimento del venticinquesimo anno di vita, un orologio sottocutanio si attiva indicando ore, minuti e secondi che separano l’individuo dalla sua dipartita. La nuova merce di scambio non fa altro che aumentare il divario tra due classi sociali: i ricchi, che, avendo a disposizione secoli, non hanno mai fretta, e i poveri, abituati a correre, che vivono alla giornata. Nel mezzo, i Timekeepers, guardiani del tempo, che hanno il compito di tutelare i ricchi, vivendo come i poveri. Will Salas (Justin Timberlake) vive nel ghetto, lavorando in fabbrica nella speranza di portare a casa tempo sufficiente per sè e per sua madre (Olivia Wilde). Un giorno però Will riceve un inaspettato regalo da un centenario annoiato della sua esistenza, che gli rivela i restroscena di un’organizzazione che mira alla darwiniana sopravvivenza del più forte (e quindi del più ricco), escogitando strategici aumenti del costo della vita ed esorbitanti tassi di interesse di prestito del tempo. Grazie ai suoi nuovi “fondi“, Salas riesce ad uscire da Dayton (zona 13) ed a giungere a New Greenwich (zona 1), dove conosce Sylvia Weis (Amanda Seyfried), talmente ricca e longeva da schifarsi di se stessa. Poi il film diventa una tamarrata.
Un’idea, insomma, geniale. Una pellicola che poteva diventare un gioellino di fantascienza se solo la sceneggiatura (dello stesso Niccol) avesse continuato a puntare sulle giuste analisi, invece trasforma il presupposto delizioso della storia in un banalissimo Bonnie e Clyde da fighetti. Anche il giustificabile ed immancabile concetto di azione finisce per corrispondere ad Amanda Seyfried, già abbastanza fenicottero, che corre con i tacchi altissimi e le gambettine da fuori. Buone le interpretazioni di Olivia Wilde (The Black Donnellys) e del sempre gradito Cillian Murphy (28 Days Later, Inception), non altrettanto quelle dei due protagonisti: Timberlake risulta poco credibile, mentre la Seyfried risulta sprecata. Una fotografia senza infamia e senza lode e una regia, mi duole dirlo, a tratti pacchiana, si associano alla contraddittoria sceneggiatura a delineare l’amaro in bocca di un’occasione completamente sprecata.
La felicità è reale solo quando...
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9 Commenti:

  1. Elio 23 febbraio 2012
  2. MrJamesFord 23 febbraio 2012
    • StepHania Loop 25 febbraio 2012
    • MrJamesFord 25 febbraio 2012
  3. moderatamente ottimista 23 febbraio 2012
  4. Giampaolo 21 marzo 2012
    • StepHania Loop 28 marzo 2012
  5. Giampaolo 21 marzo 2012
  6. Giampaolo 11 maggio 2012

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