Inside Llewyn Davis (2014, Joel ed Ethan Coen)

Se non è Mai Stata Nuova e non Invecchia Mai, Allora è una Canzone Folk.





A Proposito di Davis, la bistrattatissima ultima fatica dei geniali fratelli Coen, ha almeno due chiavi di lettura. La prima ce la togliamo davanti subito: la storia, tratta da The Mayor of MacDougal Street, di Dave Van Ronk, icona folk degli anni ’60, perennemente adombrato da altri artisti ma vero e proprio apripista per quella che sarà poi l’arte di Bob Dylan. Con questo (chiamiamolo) pretesto, i due registi di St. Louis Park fanno un tuffo in quegli anni, in quelle note che “non invecchiano mai” ed in quel Greenwich Village che tanto hanno significato nella storia della musica.

L’altra tanto probabilmente traviata ed inestatta quanto mia personale chiave di lettura del film è rappresentata da un concetto piuttosto difficile da spiegare, che potrebbe però essere riassunto come: Llewyn Davis è il padre di Tyler Durden. “Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un
posto. Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra
Grande Guerra è quella spirituale, la nostra Grande Depressione è la
nostra vita
“, recitava Brad Pitt nel 1999 in una di quelle pellicole che, sempre in maniera del tutto traviata e personale, innalzerei ad una delle più grandi opere della storia del Cinema. Ed è così che la mia generazione – figlia di Tyler Durden – si sente: privata di qualsiasi sogno, privata della possiblità di sognare. “Non siete speciali, non siete un pezzo bello, unico e
raro. Siete materia organica che si decompone come ogni altra cosa
“. Beh, il seguito dovreste conoscerlo.

Sogni e guerre, dunque. Negli anni ’60 statunitensi, da poco dipinti in maniera esemplare anche da Stephen King in 22/11/’63, c’era ancora il ricordo della guerra precedente, il sapore acre della guerra incombente e senza dubbio c’erano i sogni, a cominciare dal grande sogno americano. Ed è proprio un sogno che insegue Llewyn, tra New York e Chicago: sfondare nel mondo della musica folk. Dormendo dove capita, disinteressandosi ai rapporti umani e rifiutando il compromesso, sempre e comunque, Llewyn paga il prezzo dell’irrimediabile abbandono da parte del suo partner artistico. Perché l’arte è solo arte ed i sogni sono solo sogni. Eppure la maestria dei Coen, anche sceneggiatori dell’opera, sta proprio qui: nel far accettare inizialmente la figura del protagonista allo spettatore come quella dell’eroe perdente che, a causa degli altri e della società, non riesce a trovare il suo posto nel mondo.

Look closer, recitava il trailer di un’altra grande opera che, nel suo farsi beffa del grande sogno americano, può essere accostata a questa, American Beauty. Quando allo spettatore verrà dato modo di osservare con maggiore attenzione questo squarcio di vita, si accorgerà che Davis non è un eroe: non ha cura di se stesso né delle sue cose, abbandonate a casa di una sorella alla quale ricorre solo per dei prestiti. Non gli interessa dei suoi probabili o impossibili figli, così come non gli interessa la salute di suo padre. A Llewyn Davis non interessa neanche il gatto, perché è troppo preso dal disprezzare Jim, che si “vende” per tirare avanti, e i Gorfein, troppo borghesi per apprezzare lui, la sua musica ed il suo stato d’animo. Borghesi. Quand’é che “borghese” è diventato un’offesa? Cosa c’è di male nel desiderare un’esistenza come quella di Mitch e Lillian Gorfein? Cosa c’è di male nel registrare, come fa Jim (Justin Timberlake), alcuni spot per avere un mezzo per poter costruire qualcosa con la persona amata?

Va tutto a fondo, bello“. E quanto i sogni si infrangono contro la marmorea barriera del mondo reale, l’uomo sente la profonda, nichilista ed ingiusta necessità di distruggere se stesso e di insultare quella donna che su quel palco insegue il suo stesso sogno. “Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno
saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock stars. Ma non è
così. E lentamente lo stiamo imparando
“.

Ethan e Joel Coen accompagnano questa storia con una regia a tratti volutamente pedestre e quello humor nero, beffardo e sottointeso al quale ci hanno abituati, lasciando (come sempre) allo spettatore un’interpretazione. L’adorabile Carey Mulligan (Jean), dopo Shame, ci dà una nuova prova delle sue doti canore, ma, come prevedibile, la vera rivelazione è Oscar Isaac, perfettamente a fuoco ed in grado di interpretare le canzoni di Dave Van Ronk e quelle scritte dai Coen e T-Bone Burnett e prodotte da Marcus Mumford dei Mumford & Sons.

Inside Llewyn Davis è una storia di insoddisfazione, di fallimento, di superficialità che talvolta sfocia nell’immoralità. Inside Llewyn Davis è la storia di Dave Van Ronk come di Tyler Durden. Inside Llewyn Davis è anche un po’ la nostra storia. Ma Ulisse troverà sempre il modo di tornare a casa.

Inside Llewyn Davis (U.S.A. 2013)
Regia: Joel ed Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel ed Ethan Coen
Cast: Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman, Justin Timberlake, F. Murray Abraham
Genere: nichilismo ed autodistruzione in musica
Premi e Riconoscimenti: 
– vincitore del premio Gran Prix al Cannes Film Festival
– candidato a tre Golden Globes: miglior film commedia, attore in una commedia e canzone originale
– candidato a tre BAFTA: miglior fotografia, sceneggiatura originale e sonoro
– candidato a due Academy Awards: miglior fotografia e mixaggio sonoro
Titolo italiano: A Proposito di Davis
Data d’uscita italiana: 6 febbraio 2014
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3 Commenti

  1. Mr Ink 10 febbraio 2014
  2. Marco Goi 10 febbraio 2014
  3. James Ford 10 febbraio 2014

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