The Iron Lady, di Phyllida Lloyd


…quella dalla gallina
che va dal veterinario e intanto che è lì fa un uovo: arriva
il veterinario e chiede: “chi di voi due è arrivato per primo?”

(Ovvero: cercavo una battuta di Groucho sulla Thatcher, ma ho trovato questa…)

Non è un buon momento per i biopic: poche settimane fa zio Clint prendeva un pericoloso scivolone con J. Edgar, mentre qui ci si trova di fronte ad una Margharet Thatcher vecchiella, sciabattante e rincoglionita, ‘che io non so esattamente come stia adesso la Thatcher, ho letto in giro che ha un principio di Alzheimer, ma tra l’Alzheimer e il fantasma di un marito morto ce ne passano di allucinogeni.
By the way, la regia terribilmente statica Phyllida Lloyd (Mamma Mia!) segue l’interpretazione di una brava (ma non bravissima) Meryl Streep nel viaggio  dei ricordi di una vita della signora di ferro, che però viene usata più come pretesto che come simbolo:  nel bene e nel male (ma più più nel male), Maggie è stata la prima (e per ora unica) prima ministra britannica e – mi pare – l’unico ministro a tre mandati (dal 1979 al 1990); è stata un pezzo di storia della nostra dear old Europe.

Invece nella narrazione non c’è traccia del controverso personaggio di Margharet Thatcher, non c’è traccia del suo sarcasmo, del suo essere così stronza e al contempo così simpatica; si accenna alla poll tax (la Community Charge, tassa che ogni cittadino avrebbe dovuto pagare sol perché residente in Inghilterra, indipendentemente da reddito o patrimonio), ma non si mette in ballo l’orgoglio typical english di chi ha ritenuto l’introduzione di questo tributo un movimento naturale e giusto. La macchina da presa si muove appena tra le mura degli interni delle varie abitazioni e il riconoscibile interno della House of Parliament, ma non si concede una panoramica, ma che dico panoramica, non un Big Ben, non un Tower Bridge, non una cazzo di cabina telefonica. Non si lamenta solo una straniante assenza di ambientazione, ma anche una inspiegabile assenza di contestualizzazione sociale: nessuna traccia di quelli che sono stati i movimenti, i film e le canzoni di rivolta contro la sua amministrazione (Boy George le dedicò la orrenda No Clause 28 nel 1988, ad esempio, ma spararci Anarchy in the U.K. dei Sex Pistols sarebbe stato davvero cool). E invece no, la sceneggiatura di Abi Morgan (Shame) si limita a raccontarci la storia di questa vecchiella sciabattante e rincoglionita che parla con il marito morto.
La felicità è reale solo quando...
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7 Commenti:

  1. MrJamesFord 15 febbraio 2012
    • StepHania Loop 15 febbraio 2012
  2. Marco Goi (Cannibal Kid) 15 febbraio 2012
    • StepHania Loop 15 febbraio 2012
  3. Elio 17 febbraio 2012
    • StepHania Loop 18 febbraio 2012
    • Elio 18 febbraio 2012

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