Jurassic Park (1993, Steven Spielberg)

Dio Crea i Dinosauri, Dio Distrugge i Dinosauri.
Dio Crea l’Uomo, l’Uomo Distrugge Dio, l’Uomo Crea i Dinosauri.

Lo so, lo so. Per cominciare, ho due elementi a mia discolpa:

a) un’immagine, come fosse da esperienza extracorporea, di me bambina decenne cicciona che va al cinema del paesello a vedere questa pellicola per i grandi e poi ci ritorna e poi ci ritorna di nuovo;

b) il fatto che correre con la motocicletta in mezzo ai Raptor come fa Chris Pine Pratt nel trailer del prossimo Jurassic World (in uscita giovedì) sia diventato uno degli obiettivi principali della mia esistenza.

Se voi, signori della giuria, siete disposti ad ascoltare la mia versione dei fatti, ve la espongo dopo il salto. Se, miei cari giurati, non lo siete perché “Jurassic Park è tamarro” (e lo è, ma non è solo quello), allora questo dì è meglio non leggiate oltre (e le “sfumature” un po’ ve le meritate, eh).

Jurassic Park non è mai stato un film semplice. Complice un’esposizione di massa ed uno spernacchiamento generale di un certo tipo di critica, non ha mai assunto il ruolo che probabilmente gli sarebbe spettato: quello accanto ad Alien, accanto a Il Pianeta delle Scimmie.

D’altro canto, però, Jurassic Park ha dato vita ad una generazione di mostri.

No, non i mostri del paleolitico, ma i mostri di oggi: persone come la Loop, per le quali se non hai un dinosauro preferito non sei nessuno. Puoi essere quello che ti pare, un primo ministro, un sultano del Brunei, un segretario delle Nazioni Unite, toh, pure Tom Hardy, ma se non hai mai scelto il tuo dinosauro del cuore significa che non hai mai preso posizione in vita tua.

Just for the records, il mio dinosauro del cuore è il Velociraptor. ♥

Scaltro, organizzato, opportunista, silenzioso e letale.

La Loop decenne cicciona ha appreso diversi anni dopo il fatto che quelli rappresentati da Spielberg e dagli Stan Winston Studios in realtà non fossero Raptor, ma Deinonychus antirrhopus o Utahraptor. I Raptor erano più piccoli, meno spettacolari e poi avevano queste caspita di piume sulla capoccia che poco si adattavano alle esigenze sceniche (dicono). Così, quando la Loop quindicenne indie cicciona ha scoperto che i Raptor avevano subìto l’ennesimo sopruso perché non sufficientemente adatti alle aspettative delle masse, vi si è legata ancora di più.

Ma perché, nonostante questa discriminazione nei confronti dei Velociraptor (♥), Jurassic Park è un film valido? Beh. Perché è un film coerente.

Eh?

No, aspettate. Tutta la faccenda del DNA di dinosauro incastrato nella zanzara incastonata nella resina, quella no, non sta né in cielo né in terra, come l’utilizzo del codice genetico di rospo per riempire le interruzioni di questo “DNA molto vecchio”. Questa si chiama fantascienza e ve lo può confermare una Loop venticinquenne cicciona che va a sostenere l’esame di genetica (e poi ci ritorna e poi ci ritorna di nuovo, eh già).

Ma.

Ma in estrema sintesi il primo capitolo di questa saga racconta di un gruppo di persone che cerca di abbandonare il parco degli orrori e fa tutto ciò che può fare per uscirne vivo, compie ogni azione abbia senso compiere per andare da un punto A ad un punto B. Non ci sono, infatti, nella trama di Jurassic Park, digressioni inutili o riempitivi inconcludenti, se non qualche – fantascientificamente razionale (eh?) – incidente di percorso, talvolta elettrico, talvolta carnivoro.

Gli stessi personaggi di questa pellicola – a differenza di quelle che seguiranno – hanno delle basi piuttosto solide. Dal proprietario del parco, il signor Hammond (Richard Attenborough), un anziano signore attaccato tanto al progresso quanto al soldo, al guardacaccia del Kenya (Bob Peck), che teme le tre femmine di Raptor ♥ più d’ogni altro animale, fino al cameo di Samuel L. Jackson nei panni del capo ingegnere del parco, ogni figura sembra danzare in un carosello ben organizzato, in un melodico “circo delle pulci”.

Non mancano le macchiette, per carità, come la figura dell’avvocato arraffasoldi dal cognome ovviamente italiano (Gennaro, Martin Ferrero) oppure o malamente (Wayne Knight), che con le sue azioni sconsiderate scatena il patatracche.

Il vero fiore all’occhiello di Jurassic Park, subito dopo i dinosauri, sono i suoi scienziati. C’è innanzitutto il teorico del caos (Malcolm, Jeff Goldblum, poi protagonista del secondo capitolo), inconcludente e sconclusionato come la sua materia, finito lì un po’ per caso. E ci sono loro, Alan Grant (Sam Neill) ed Ellie Sattler, rispettivamente un rinomato paleontologo odia-bambini ed una paleobotanica forse un po’ troppo sexy (ma, ehi, a Laura Dern si perdona tutto), che rappresentano due studiosi lontani millenni da azione e avventura e che, proprio grazie alle loro sedentarie conoscenze finiscono per trasformarsi negli eroi della pellicola, portando in salvo Tim e Lexie.

Guarda che t’ho visto.

Sia messo a verbale che comunque la faccenda del “se non ti muovi non ti vede” era una boiata, dato che pare che il T-Rex ci vedesse una pasqua.

Ma quello che ha reso questa pellicola un capostipite è stato l’utilizzo della CGI, Computer-generated Imagery, all’epoca ancora poco utilizzata (salutiamo tutti insieme Game of Thrones).

Ciao.

Se da un lato furono gli Stan Winston Studios ad occuparsi della creazione dei soggetti animatronici, infatti, per la cura della grafica computerizzata Steven Spielberg si rivolse alla Industrial Light & Magic (oggi inglobata dalla LucasFilm, coinvolta nel prossimo Jurassic World). Fa sorridere il fatto che, nonostante questo, la “vecchia” tecnica del frame by frame (o stop-motion o passo uno) fu comunque impiegata nelle due scene cult della pellicola.

Le due scene cult – lo sappiamo tutti – sono quella della jeep, reiterata altrove in mille modi e in mille salse (si pensi, ad esempio, a Monsters di Gareth Edwards) e quella della cucina, rifatta da me un anno fa nei camerini della Combipel (io ovviamente “vestivo” i panni del Raptor che si sfracella sulla superficie a specchio. È destino ♥).

(Però poi non ho comprato niente).

Ritengo a questo punto inutile, signori giurati, soffermarsi sulle inesattezze scientifiche, sul famosissimo errore della portiera della macchina o su quanto meno cruento fosse il film rispetto al romanzo di Michael Crichton da cui è tratto.

Perché Jurassic Park è tanto imperfetto quanto grande.

E questo è quanto, signori della corte. Nell’esprimere la vostra sentenza, vi prego di tener conto ancora di due cose:

1) del fatto che qualsiasi pena possiate infliggermi, non potrà mai superare quella patita nell’aver visto Chris Pine Pratt addomesticare i Raptor (♥) in una delle clip di Jurassic World, in uscita giovedì, e…

2) del fatto che questa pellicola sia stata il primo film sui “mostri grossi” che l’imputata (ovvero io decenne cicciona) abbia mai visto sul grande schermo. E se, come spero, avete letto il mio fascicolo, potete capire quanto questo dettaglio possa ritenersi una circostanza attenuante.

Jurassic Park (U.S.A. 1993)
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: David Koepp e Michael Crichton
Soggetto: Michael Crichton
Fotografia: Dean Cundey
Musiche: John Williams
Cast: Sam Neill, Laura Dern, Jeff Goldblum, Ariana Richards, Joseph Mazzello et al.
Genere: fantascienza, avventura, primo amore
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me, negli occhi: non esiste niente del genere (sino ad ora).
La felicità è reale solo quando...
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6 Commenti

  1. Bara Volante 8 giugno 2015
    • StepHania Loop 8 giugno 2015
  2. Benedetto Di Schiavi 8 giugno 2015
    • StepHania Loop 8 giugno 2015
  3. Benedetto Di Schiavi 8 giugno 2015
  4. Salvatore Baingiu 9 giugno 2015

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