La Stanza Del Male (2011, Eriksson e Sundquist)

Donne Che Odiano Gli Uomini

Jeanette Kihlberg è un commissario di polizia, è il classico commissario di polizia: frustrata, emarginata e sottovalutata da superiori e colleghi maschi, dedica anima e corpo al suo lavoro, trascurando il figlio tredicenne, Johan, e il marito, invertebrato, insicuro e strafottente, Ake. Sofia Zeltelund è una psicologa efficiente ed organizzata, con una relazione finita male alle spalle e un nuovo rapporto che non promette molto di buono, è specializzata in abusi infantili ed ha in cura diversi pazienti: Tyra Makela, che assieme al marito ha ucciso il figlio adottivo; Karl Lundstrom, condannato per pedofilia ai danni, tra gli altri, della sua stessa figlia; Samuel Bai, ex-bambino soldato della Sierra Leone con un’intera collezione di personalità; ma soprattutto Victoria Bergman, donna dal carattere forte e confusionario, che ha nascosto fin troppo bene i suoi traumi da qualche parte, nell’oscurità. E poi c’è lei, l’assassina: una donna bionda, bella, spietata e crudele all’inverosimile, che sceglie le sue vittime tra i figli di nessuno. Jeanette, Sofia, Victoria e l’assassina.

Un ragazzo viene trovato mummificato nella periferia e Stoccolma non sembra più l’efficiente e pulita città del Nord Europa di fronte alla quale gli italiani esclamano oh, it’s all so new! e gli statunitensi oh, it’s all so old!, non sembra più nemmeno quella metropoli sull’acqua dove se per strada tiri uno sganassone a quel piagnone di tuo figlio rischi il carcere. “Sì, ma non sappiamo cosa succede dentro quattro mura“, mi disse una volta una tizia (ah, ‘sti svedesi, tutti pronti alla Larssonite!) ed è effettivamente questo che diventa Stoccolma ne La Stanza Del Male: teatro di quella violenza intima e privata che spaventa ben più di uno sganassone, e avanposto al razzismo più pericoloso e pratico: è evidente che il commissario Kihlberg non abbia certo il fiato sul collo nella risoluzione della catena di omicidi, poiché nessuna delle povere creature trovate torturare e mummificate è svedese e, quindi, nessun biondo genitore troverà da ridire circa l’operato della polizia.
Una scrittura diretta e che non si perde in descrizioni, quella di Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist, che prima di questo romanzo facevano tipo il lavapiatti e l’imbianchino. Ipnotica l’analisi psicologica, fatta per bocca della dottoressa Zeltelund, delle componenti emotive dei suoi pazienti, anche se la serie di morbosità riportate, dalla pedofilia allo stupro di gruppo, risultano talmente invadenti e raccontante con così compiacente sadismo, che sembrano esser state buttate lì per attirare il lettore più che per un vero e proprio nesso narrativo con la storia. Abbondantemente prevedibile l’incontro delle due donne protagoniste, Jeanette e Sofia, che si ritroveranno a lavorare fianco a fianco nell’analisi del caso, così come risulta quasi annunciata, prima della metà del libro, l’identità dell’assassina. Quello che non può essere previsto, invece, è l’inusuale epilogo della vicenda.
La percezione della conclusione, parte probabilmente più affascinante del romanzo, si ha quando si realizza che mancano meno di dieci pagine alla fine… è lì che si capisce che La Stanza Del Male non ha né il tempo né le pagine sufficienti ad essere un poliziesco. La Stanza Del Male è l’enorme punto interrogativo che segue la domanda “quanto può sopportare un essere umano prima di crollare e trasformarsi in un mostro?“.
La felicità è reale solo quando...
Condividimi!

4 Commenti:

  1. Nico Donvito 25 luglio 2013
    • StepHania Loop 25 luglio 2013
  2. Mr Ink 25 luglio 2013
    • StepHania Loop 25 luglio 2013

Ti va di lasciare un commento?