The Last Airbender, di M. Night Shyamalan

Il Tre che Porta Male.

>Shyamalan era una gallina indiana dalle uova d’oro: il suo The Sixth Sense (1999) conquistò praticamente chiunque. Poi l’opinione di critica e pubblico si divise, c’è chi lo ritenne finito già dai tempi di Signs (2002) e The Village (2004), pellicole che comunque, dateci addosso , avevano i controcazzi. Poi l’indiano con la notte nel nome si cimentò con Lady in the Water (2006) e lì per noi qualcosa cambiò, ma nonostante questo difendemmo a spada tratta, su queste pagine, persino The Happening. Questa volta Shimmy ha voluto cimentarsi con la scrittura e la regia dell’ennesima saga fantasy in capitoli (per di più con un 3D imposto in fase di post-produzione), della quale onestamente nessuno sentiva il bisogno. Il mondo di The Last Airbender è suddiviso in quattro regni, quattro elementi e quattro etnie: Acqua, Terra, Fuoco e Aria; a quest’ultima popolazione appartiene il giovane protagonista, Aang (Noah Ringer), predestinato, suo malgrado, al dominio di tutti e quattro gli elementi e quindi alla salvaguardia del bene e della giustizia. Yawn. Potremmo provare a parlare di una regia guizzante, di effetti speciali di tutto rispetto, di slow-motion azzeccate (non sempre) e di ambientazioni apprezzabili, ma di fronte ad una sceneggiatura mal costruita e semplicistica, dei dialoghi al limite del ridicolo e delle interpretazioni a dir poco mediocri non ci si riesce. Il risultato finale è lento, lungo, noioso e inutile. A noi che tutto sommato gli vogliamo bene incondizionatamente, non resta che aspettare Devil (claustrofobica storia di quattro sconosciuti chiusi in ascensore con il diavolo), del quale è produttore e sceneggiatore. Suvvia, Shimmy, rivogliamo l’inquietudine, il paranormale, l’ossessivo, rivogliamo i giochi di riflessi, le allegorie e persino i tuoi problemi con l’acqua.

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