Lincoln (2013, Steven Spielberg)

Sic Semper Tyrannis?

L’ultimo lavoro di Steven Spielberg probabilmente non è un capolavoro, né un’opera esente da difetti, né un  film che passerà alla storia, ma ha quel talento, quello che solo poche grandi pellicole possiedono, di farti uscire dalla sala convinto di aver visto non uno, non due, ma tre film. E no, non mi riferisco alla durata, simpaticoni.

Lincoln è, ovviamente, la storia di Abraham Lincoln, il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America (dal 1861 al 1865), raccontata – diciamo – in maniera un tantino diversa dal recente e cazzaro Abraham Lincoln: Vampire Hunter. E’ la storia di un uomo lontano dall’essere un mito, di un marito e di un padre che ha già perso un figlio (la storia ci dice che in realtà solo uno dei suoi quattro eredi giungerà all’età adulta). E’ la storia dell’abolizione della schiavitù narrata senza far vedere un solo schiavo, è la storia della fine di una guerra narrata senza far vedere scene di battaglia.

Ma Lincoln è, ovviamente, anche la storia di un uomo politico, perché il primo presidente repubblicano della storia degli U.S.A. non era solo un “semplice” Repubblicano, ma il Re-pub-bli-ca-no (cit.) del celeberrimo discorso di Gettysburg (poco dopo il quale ha inizio la narrazione del film) e soprattutto il Re-pub-bli-ca-no (cit.) del Tredicesimo Emendamento. La pellicola ha il merito di mostrarci una concezione di repubblicani e democratici molto diversa da quella che abbiamo noi oggi noi, da lontano: significativo il momento nel quale, all’interno della Camera dei Rappresentanti, Lee Pace (non vestito da elfo, ahimé), che interpreta il democraticissimo Fernando Wood, si domanda se questa follia dell’abolizione della schiavitù non possa aprire le porte ad altre inimmaginabili nefandezza, quali – udite udite – il voto alle donne… Forse per dirci che repubblicani e democratici non esistono, così come non esistono la destra e la sinistra. Forse per dirci che, ad esistere davvero, sono le decisioni giuste e coraggiose, quelle che fanno la Storia.
Infatti alla fin fine Lincoln non è un film su Lincoln più di quanto non sia un film sulla politica e sugli uomini, perché quello che è probabilmente il vero punto di forza di quest’opera è la sua profonda riflessione sul fatto che, anche per fare la Politica, quella delle cose serie, delle cose vere, delle cose necessarie, occorre promettere, occorre corrompere, occorre giocare sporco. Compromesso ed adattamento vengono raffigurati qui come mezzi per il raggiungimento della giustizia e del bene superiore, per introdurci in un’altra delle sequenze cardine di quest’opera: la discussa e commovente votazione all’interno della Camera dei Rappresentanti.
Una regia leggera e delicata, quella di Spielberg, che solo nel finale si concede quell’alone di meritato respiro e compiacimento ed un Daniel Day-Lewis, insuperabile ed in odore di Oscar ancora una volta, che ci presenta un Capo dallo sguardo schivo e la voce bassa, che racconta aneddoti divertenti per focalizzare su di sé l’attenzione e non ha (quasi mai) bisogno di urlare. Attorno a lui ruotano grandi attori ed altre grandi interpretazioni, come quella di Sally Field, Joseph Gordon-Levitt, ma soprattutto quella di Tommy Lee Jones.
Bentornato, Cinema.
In sala dal 24 gennaio 2013.
La felicità è reale solo quando...
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2 Commenti

  1. Giacomo Festi 23 gennaio 2013
  2. persogiàdisuo 23 febbraio 2013

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