Lo Chiamavano Jeeg Robot (2016, Gabriele Mainetti)

Cuore e Acciaio

Purtroppo da qualche settimana in questi lidi tutto tace – forse un giorno di questi quella sciagurata della mia autrice vi spiegherà il perché – ma il fatto è che in Italia è appena “successa una cosa” su cui è impossibile non spendere due righe. È uscito Lo Chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, un film con una regia squisitamente elaborata, una sceneggiatura surreale e costruita, degli interpreti oltre ogni aspettativa e delle musiche da farti venir voglia di fermare un americano per strada e dirgli “guarda, senti, è un film italiano”.

Enzo in Lo Chiamavano Jeeg Robot

Il film di Gabriele Mainetti è arrivato in sala dopo decine e decine di recensioni entusiastiche dalle anteprime, avallato anche da una campagna social brillante e mai scontata. Per mesi sulla pagina facebook ufficiale sono stati sapientemente postati clip e poster in grado di stuzzicare l’attenzione di chiunque, misti purtroppo a commenti di cervelli molto piccoli che additavano la pellicola di aver usato l’anime giapponese per attirare la gente in sala (che è un po’ come indignarsi se in Lo Chiamavano Trinità non c’è lo spirito santo, ma vabbé).

Tallonati dalla paura di assistere all’ennesimo fuoco di paglia, una settimana fa io ed il mio fedele scudiero (in realtà lui sarebbe il cavaliere, ma questo lo sappiamo solo io e voi) abbiamo fatto la bellezza di 50 km per vedere l’opera prima di Mainetti, un film distribuito sì, ma di certo non adeguatamente (questa però è un’altra polemica, e a mille ce n’è…). Dunque, com’è? Beh, com’è Lo Chiamavano Jeeg Robot è chiaro dopo pochi, pochissimi minuti: si apre con un inaspettato volo ad uccello su Roma, che poco dopo scende in picchiata sul nostro protagonista intento a scappare da qualcuno. Nel tentativo di sfuggire, Enzo (il cui nome verrà fuori soltanto dopo) avrà il famoso incidente, quello che nel genere supereroistico spesso (ma non sempre) conferisce i poteri all’uomo mascherato. Ecco, l’incidente di per sé probabilmente non brilla per originalità, però ha un retrogusto preciso e beffardo che non vi racconto, perché dovete vederlo ed assaporarlo da voi.

Ora veniamo al punto cruciale: Enzo (Santamaria), dopo l’incidente, fa ritorno a casa. Eh? Sì, c’è un tale che cammina sulla strada. Cruciale? Sì: saranno sì e no due minuti di girato, ma in questi due minuti ricordo di aver visto una panoramica, un primo piano, un carrellino. Due minuti sì e no, due minuti per capire una questione di fondo che verrà fuori in maniera prorompente nel resto del minutaggio: qua c’è della gente che ha voglia di fare un film. Non è così scontato, credetemi: là fuori è pieno così di gente che vuole fare i soldi, ma non ha voglia di fare un film. E anche se non state lì a notare i carrellini (e fate bene), nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma: anche nello spettatore meno attento questa voglia di fare un film alla base viene tradotta in voglia di seguirlo con attenzione, questo film. È tutto un attimo, diciamo.

Alessia in Lo Chiamavano Jeeg Robot

Il primo supereroe italiano, dicheno, e pò esse, dico io, anche se in Lo Chiamavano Jeeg Robot c’è molto di più dell’aspetto supereroistico. C’è Enzo Ceccotti, simbolo di una generazione nata quando era tutto nuovo e cresciuta mentre tutto andava in rovina, in una Tor Bella Monaca che rappresenta la periferia del mondo, quella periferia nella quale le cose rotte non si aggiustano perché tanto nessuno le nota. A lui si affianca la tenerissima Alessia, rimasta bloccata mentalmente all’età dei primi abusi, che trova certezze solo nel cartone animato (ai miei tempi si chiamavano così) Jeeg Robot d’Acciaio, nel quale è semplice distinguere il bene dal male ed attribuirvi un nome. Contrapposto ad Enzo e Alessia troviamo Fabio, detto Lo Zingaro, che tra una canzone di Anna Oxa ed una comparsata a Buona Domenica agogna il rispetto della sua gente, confondendolo, però, con il regime di terrore tipico del background malavitoso.

I riferimenti ad altre pellicole sono presenti e genuinamente riconoscibili, anche se su tutti sembra troneggiare quello alla trilogia nolaniana de Il Cavaliere Oscuro, di cui tanto si parla in questi giorni, con Morgan Freeman che dice che nessun Batman potrà mai più essere come quello di Christian Bale e Christian Bale che racconta quanto sia stato difficile confrontarsi con la bravura (purtroppo irripetibile) di Heath Ledger. La trilogia firmata da Nolan ha messo un paletto un po’ più in là ed è con questo paletto che l’intero genere dovrà confrontarsi da adesso in poi, che alla Marvel piaccia o meno. Mainetti lo sapeva, ma forse ancor più di lui lo avevano capito Nicola GuaglianoneMenotti, sceneggiatori di questo gioiellino, che tenendo ben presente quel paletto non cercano né di imitarlo né di emularlo, ma mettono su un plot che per profondità ed intelligenza sembra una perfetta conseguenza logica de Il Cavaliere Oscuro. Ad esempio, mentre il Joker di Ledger detestava la società attorno a lui fatta di apparenze, denaro e mafia, Lo Zingaro di Marinelli è talmente innamorato di quella stessa società che vorrebbe stringerla in un abbraccio, seppur mortale per entrambi.

Si diceva, nell’incipit di questo post, che gli interpreti vanno oltre ogni aspettativa. Claudio Santamaria (Enzo / Hiroshi Shiba), stimato da queste parti sin dai tempi di Almost Blue di Infascelli (2000), ricama un personaggio perfetto e perfettamente credibile in quel suo scazzo asociale che si trasforma in eroismo solo a seguito dell’ammissione di non sapere “come si fa”. Ilenia Pastorelli – che solo dopo ho scoperto essere una concorrente del Grande Fratello (e tutto torna) – delinea una Alessia impareggiabile, dolcissima e meravigliosa in quel suo strapparti via cuore e lacrime nella scena che la vede spoglia delle sue fantastiche convinzioni. E Luca Marinelli, oh, Luca Marinelli (Lo Zingaro) porta in scena un villain indimenticabile, un concentrato di repressione e voglia di rivalsa, un individuo determinato e violento con un “piacere, Fabio” che rivedi davanti agli occhi ogni volta che ci pensi. Un po’ come hanno fatto gli sceneggiatori con i film di genere, Marinelli prende i migliori cattivi del cinema – primo tra tutti il Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti, richiamato anche dallo stesso tatuaggio – e ne fa un mix personale ed esplosivo, tanto imprevedibile quanto indimenticabile.

Lo Chiamavano Jeeg Robot: il Tatuaggio

La polemica sullo slang romanesco utilizzato lascia il tempo che trova, dato che persino io che fatico a capire dialetti e suoni che non mi appartengono sono stata esente dal famigerato effetto “cazz’ ha detto”, per merito degli attori in ballo, sicuramente, ma anche grazie ad un sonoro registrato – una volta tanto – come gli dèi, i vecchi e i nuovi, comandano.

Finalmente un supereroe italiano, dicheno. Già. Ma c’è tanto di più in Lo Chiamavano Jeeg Robot, c’è il coraggio di prendere un genere e modificarne il sapore pur lasciandone intatta la struttura portante, c’è il coraggio di osare, rischiando anche di non essere capiti, c’è il coraggio di camminare perennemente lungo la linea immaginaria che separa il trash dal cult, senza esitare mai.

Perché il film di Mainetti non è un film riuscito per essere italiano, è un film riuscito ebbasta. Anzi, è un film riuscito con il vantaggio di essere un film italiano, ovvero quello di avere un cuore grande così. C’è un sentimento così forte nel film di Mainetti che sembra restarti addosso anche fuori dalla sala, un sentimento che parte dalla bellissima storia d’amore tra Enzo e Alessia (ultimi tra gli ultimi) ed attraversa varie vicissitudini per approdare a quel simbolo semplice e contraddittorio che è l’abbraccio: un abbraccio può salvarti, un abbraccio può ucciderti, un abbraccio può renderti un supereroe.

L’opera prima di Mainetti ti dà quella sensazione che solo i grandi film riescono a regalarti: anche se non hai mosso un dito prima della sua uscita in sala, per il solo fatto di averlo visto, di averlo vissuto, lo senti un po’ tuo. Venitemela a chiamare un’emozione da poco, questa.

  • Sceneggiatura
  • Originalità
  • Regia
  • Fotografia
  • Recitazione
  • Cuore
4.3

Riassunto

Una regia squisitamente elaborata, una sceneggiatura intelligentemente costruita, degli interpreti oltre ogni aspettativa e delle musiche da capogiro: una nuova, vivissima, fiammeggiante speranza per il cinema di genere italiano.
E tu che voto daresti?

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Voto dei lettori 3.8 (5 voti)

Lo Chiamavano Jeeg Robot (Italia 2015)

Il Poster di Lo Chiamavano Jeeg RobotRegia: Gabriele Mainetti
Soggetto: Nicola Guaglianone
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone e Menotti
Fotografia: Michele D’Attanasio
Montaggio: Andrea Maguolo
Musiche: Gabriele Mainetti e Michele Braga
Cast: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi et al.
Genere: drama, thriller, supereroi contro le forze del male
Data d’uscita italiana: 25 febbraio 2016
Se ti piace guarda anche: Batman Begins, The Dark Knight, The Dark Knight Rises.

La felicità è reale solo quando...
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23 Commenti:

  1. Bara Volante 8 marzo 2016
    • StepHania Loop 10 marzo 2016
  2. Beatrix Kiddo 8 marzo 2016
    • StepHania Loop 10 marzo 2016
  3. Mr Ink 8 marzo 2016
    • StepHania Loop 10 marzo 2016
  4. Sophie 8 marzo 2016
    • StepHania Loop 10 marzo 2016
  5. Giulietta94 8 marzo 2016
    • StepHania Loop 11 marzo 2016
  6. Salvatore Baingiu 8 marzo 2016
  7. James Ford 8 marzo 2016
  8. Kris Kelvin 8 marzo 2016
    • StepHania Loop 15 marzo 2016
  9. Jean Jacques 8 marzo 2016
  10. evita*°** 9 marzo 2016
  11. Marco Grande Arbitro 9 marzo 2016
  12. Michele Borgogni 11 marzo 2016
  13. Nelson Pinna 23 marzo 2016
  14. Giampaolo 1 aprile 2016
    • StepHania Loop 10 aprile 2016
  15. Marco Grande Arbitro 3 giugno 2016

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