Maggie – Contagious: Epidemia Mortale (2015, Henry Hobson)

Quando il Futuro Passa dall’Essere una Promessa all’Essere una Minaccia

Giusto qualche giorno fa ho fatto tutto un panegirico sull’evoluzione e l’utilizzo, negli ultimi anni, della figura dello zombie, tirando come sempre in ballo la infinitamente bella miniserie inglese In The Flesh, che finché avrò blog e dita non mi stancherò mai di consigliare. Perché se c’è una caratteristica che mi conquista sempre è l’utilizzo di un contesto horror per raccontare tutt’altro. Nel caso di Maggie, infatti, l’escamotage del contagio mortale viene usato per indagare speranze disattese, sogni infranti, sentimenti straziati ed un corpo troppo giovane martoriato dalla malattia.

Mai più ingannevole fu, difatti, il titolo italiano, che declassa il nome della protagonista in favore di un più commerciale e sibillino Contagious: Epidemia Mortale. Sì, ci sono gli zombie, ma si contano sulle dita di una mano, e sì, c’è un’epidemia ed è mortale, ma il centro della narrazione, il nucleo che catalizza attenzione e sentimenti dello spettatore è proprio lei, è proprio Maggie.

Maggie è solo un’adolescente. Un’adolescente che però sa di dover rinunciare alla vita adulta, sa che quei baci saranno i primi e gli ultimi, sa che quel saluto con la sua migliore amica ha il sapore di un addio, sa che, avendo perso la madre tempo addietro, dovrà entro breve rinunciare anche al padre, per il bene di entrambi.

Perché Maggie è stata graffiata da uno zombie e presto, più presto del previsto, anche lei diventerà un mostro. Ma non siamo in uno zombie movie, la trasformazione non sarà istantanea e non ci sarà nessuno pronto a farla fuori armato di machete o di pistola. Esiste invece un periodo di incubazione, esiste un protocollo statale, esistono delle visite mediche obbligatorie e dei centri per la quarantena dove si viene spediti quando non c’è più niente da fare, quando non hai più niente da dare.

Prima dell’addio definitivo a se stessa e al mondo, Maggie ha quindi la possibilità di trascorrere poche settimane a casa, nella sua casa, dove il padre Wade e la matrigna (che cattiva non è) sono stati preparati ed informati su ogni evenienza e dove i fratellini più piccoli non possono rimanere, perché lei, Maggie, è pericolosa.

Vediamo il suo corpo cambiare giorno dopo giorno ed i suoi occhi spegnersi di quella luce che dovrebbe brillare nelle iridi di chi ha una vita davanti. È il viso di Abigail Breslin, ex bambina di Signs e Little Miss Sunshine, a conquistarci ed a guidarci al momento esatto in cui Maggie realizza che il suo futuro è passato dall’essere una promessa all’essere una minaccia.

Per sé. Per i suoi cari. Per gli altri.

Arnoldone (Arnold Schwarzenegger, anche produttore) dal canto suo fa quel può, non essendo certo tra gli interpreti più espressivi del pianeta. Tuttavia, volenti o nolenti, siamo abituati ad associare la sua fisicità alla figura dell’uomo invincibile, di quello che – toh! – ti solleva un camion con una sola mano, e rivedere quella stessa marmorea fisicità, non priva di rughe, nel ruolo di un padre impotente – che può sì imbracciare un fucile per allontanare dalla sua creatura le autorità, ma non può prendere a cazzotti un virus – non fa che amplificare questa tremenda incapacità di reagire.

Con la regia delicata di Henry Hobson, che, alla sua opera prima, non cerca mai l’eccesso né nella necrosi né nella lacrima, e con la fotografia di Lukas Ettlin, che contrappone interni e primi piani desaturati e plumbei a paesaggi nitidi e vitali, Maggie non è certo privo di difetti. La sceneggiatura di John Scoot III, alla sua prima scrittura, abbozza appena tematiche interessanti (il contagio, la quarantena) e dipinge frettolosamente alcuni personaggi di sfondo, come quello di Caroline (Joely Richardson), matrigna affettuosa e razionale, di cui avremmo voluto sapere di più.

O forse no, forse avremmo fatto e detto qualsiasi cosa per prolungare la vita di Maggie, per tenerla con noi, per ritardare quella decisione in qualsiasi caso dolorosa e irreversibile. Perché basta anche solo una frase, un “non senti odore di cibo?” a smuovere diverse sfere emozionali, dallo scherno iniziale alla paura, dalla paura alla triste rassegnazione.

Lento, lentissimo, come è giusto che sia, Maggie racconta di una malattia che ti logora dall’interno senza lasciarti scampo e di una decisione – quel tipo di decisione che non si vorrebbe prendere mai – affidata alla persona più cara, alla persona che dovrà poi conviverci.

Maggie non è uno zombie movie, non è un body horror, non è un film in cui Schwarzy solleva un camion con una mano. Maggie è un film onesto, profondo e imperfetto, è un film con un’anima grande così.

(Di sicuro più del camion).

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Maggie – Contagious: Epidemia Mortale (U.S.A. 2015)
Regia: Henry Hobson
Sceneggiatura: John Scott III (o 3, secondo IMDB)
Fotografia: Lukas Ettlin
Musiche: David Wingo
Cast: Abigal Breslin, Arnold Schwarzenegger, Joely Richardson et al.
Genere: horror atipico, post-apocalittico intimista, camion
Se ti piace guarda anche: In The Flesh (Stagioni 1 e 2).
La felicità è reale solo quando...
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21 Commenti

  1. Bara Volante 6 luglio 2015
    • StepHania Loop 6 luglio 2015
  2. Sam Gamgee 6 luglio 2015
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    • Sam Gamgee 6 luglio 2015
    • StepHania Loop 7 luglio 2015
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  6. Jean Jacques 6 luglio 2015
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  7. MalawiBoy 9 luglio 2015
  8. MalawiBoy 9 luglio 2015
    • StepHania Loop 9 luglio 2015
    • MalawiBoy 10 luglio 2015
  9. Frank Romantico 13 luglio 2015
  10. Salento 16 settembre 2016

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