Mama – La Madre (2013, A. Muschietti)

Io un post su Mama proprio non ce lo volevo scrivere, forse perché lo ho visto al cinema qui in Africa settimane dopo la sua uscita in Italia, pur avendolo in lingua originale da mesi o forse perché, boh, tra una cosa (brutta) e l’altra (brutta), non muoio dalla voglia di scrivere. Però poi ho letto in giro un paio di recensioni massacranti e allora no, la Mama è sempre la Mama e quindi mi tocca difenderla. Viva la Mama. Forse.

Il tutto nasce da un cortometraggio dello stesso Andrés (Andy) Muschietti del 2008 (Mamà), che ‘nzomma, nella sua brevità era effettivamente angosciante e che potete trovare di seguito, con tanto di introduzione di quel chiattone di Guillermo Del Toro. E’ stato proprio Guglielmino a dire “dai, i soldi ce li metto io, famone un lungometraggio con quella figa della Chastain“.


Ovviamente, per passare da un corto di due minuti e spicci ad un lungometraggio di cento minuti occorreva aggiungerci qualche idea, giusto qua e là. Tale compito è spettato allo stesso Andy, alla sorella Barbara Muschietti ed a Neil Cross (Luther), che tutto sommato fanno un buon lavoro, ma si lasciano irrimedialmente prendere dal fatto che negli horror non necessariamente tutti i conti devono tornare. E vabbé.
L’intro ci presenta un Jaime Lannister che più che uno sterminatore di re, è uno sterminatore di famiglie (proprie), il quale, dopo aver ucciso la moglie porta con sé le sue due figliuole, trascinandole in un incidente stradale, tra l’altro, realizzato alla perfezione. Sopravvissuti, l’amorevole paparino e le due bambine trovano rifugio in una catapecchia, dove il Lannister si appresta a portare al termine il massacro, ma viene interrotto da qualcuno. Già questa introduzione fa ben sperare: per carità, non mancano i cliché (la solita inquadratura dall’interno di una finestra davanti alla quale passa qualcuno), ma non mancano nemmeno alcune trovate originali (“papà, c’è una donna là fuori… non tocca per terra“).  I titoli di testa preannunciano ciò che la squadra di ricerche avrà modo di ritrovare cinque anni dopo: due marmocchie regredite allo stato selvatico. Lo zio, interpretato sempre da Jaime Lannister (ah, destino che abbia problemi con i consanguinei!), dopo aver finanziato le suddette ricerche, sotto la supervisione di uno psicoqualcheccosa e per l’infinita gioia della sua compagna, Annabel (che avrebbe preferito urtare, con il mignolino del piede sinistro, una motosega) ottiene la custodia delle pargole, che però si portano dietro Mama (ooh, didn’t mean to make you cry). 
Ora, aldilà del fatto che non mi viene in mente nulla che faccia più paura di una cazzo di bambina seienne che cammina e corre nel buio a quattro zampe, registicamente la prima parte della pellicola risulta davvero solida, ricca di movimenti di macchina originali, di intelligenti giochi di fuoco (geniale la rappresentazione sfocata giustificata dalla mancanza degli occhiali dell’osservatrice) e di occhi fanciulleschi che guardano e boccucce infantili che sorridono a qualcuno al di fuori del campo visivo. Un’inquadratura, in particolare, sottolinea quanto il non visto e il fuori scena siano ben più spaventosi dell’effetto speciale: su di uno schermo idealmente diviso a metà, la bambina gioca col qualcuno, mentre sulla sinistra si avvicendano, man mano, tutti i personaggi presenti in casa al momento.
Ahimé, tutto crolla nella seconda parte del film, dove si vuole far vedere troppo, si vuole far vedere tutto, lasciando l’ansia e la paura fare spazio ad una dissacrante e ridicola smania di caratterizzare il mostro. Proprio lì, ogni accorgimento stilistico adottato precedentemente va a farsi benedire, passando dalla rappresentazione di Mama come un imbarazzante parrucchino che striscia per terra e arrivando ad un finalone tanto smaccato e volgare quanto inutile.
Bravissime le due inquietanti bimbotte, Megan Charpentier (Victoria) e Isabelle Nélisse (Lilly); gradita la presenza di un’attrice vera, Jessica Chastain, nel ruolo di una che ‘ste caspita di marmocchie fin dall’inizio non ce le voleva perché lei voleva solo suonare il basso e farsi le canne; pressoché di contorno Nikolaj Coster-Waldau (fino a questo punto chiamato Jaime Lannister). A dar vita alle movenze disarticolate e inquietanti di mammà, ritroviamo Javier Botet, che aveva fatto lo stesso tipo di lavoro per la mostra finale di [Rec]. Tutto sommato riuscito anche il doppiaggio italiano, che sostituisce, nei dialoghi tra le bambine, quel “mamma” con “madre”, rendendo il male che vi si nasconde dietro più formale, più atavico, più minaccioso.
Mama (mia, mama mia, let me go), in quella sua riuscitissima prima parte, aveva le potenzialità per essere un’opera di tutto rispetto, ma nel quadro generale finisce col diventare l’ennesima dimostrazione che, spendendo meno, si poteva fare meglio.
La felicità è reale solo quando...
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4 Commenti:

  1. Giacomo Festi 12 aprile 2013
    • StepHania Loop 17 aprile 2013
  2. Mr Ink 13 aprile 2013

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