Shame, di Steve McQueen

If I can make it there I’ll make it anywhere…

Brandon (Fassbender) è il classico trentenne in carriera di bell’aspetto, con l’asettico appartamento a New York e nessuna voglia di relazioni stabili. Ma oltre quest’apparenza ordinaria, Brandon nutre un’insaziabile e distruttiva dipendenza dal sesso, quasi fosse il risultato di una società on demand, nella quale basta andare nei locali giusti, basta conoscere la pay per view, basta saper usare un computer per potersi procurare il piacere desiderato. Una società nella quale una bambina (italiana) di dieci anni sente l’esigenza di fotografarsi nuda e di pubblicare gli scatti su facebook. La società che ha riscritto la definizione di consumismo, che ha fatto del nostro corpo la nostra prigione. Sissy (Mulligan), sua sorella, è una cantante dallo spirito nomade all’insana, spasmodica ricerca di qualcuno da amare a tutti i costi. Due personaggi che più che alla ricerca di qualcosa, sono in fuga da qualcos’altro, qualcosa di trascorso che resta solo accennato fuori scena (“noi non siamo cattive persone, è solo che veniamo da un brutto posto“). Tra i due un rapporto anomalo, promiscuo, privo di pudore. Che sia questa la vergogna di cui parla Shame?
Dopo aver vinto con Hunger, nel 2008, la Camera d’Or a Cannes per la miglior opera prima, il londinese Steve McQueen passa a raccontare un altro tipo di prigionia, più attuale, più diffusa, più carnale. Tra interminabili e stranianti piani sequenza e intensi e dolorosi piani fissi ravvicinati, McQueen si conferma un esteta, un cultore dell’immagine, capace di valorizzare le sue scene con le azzeccatissime musiche di Harry Escott e la fredda fotografia di Sean Bobbitt. Michael Fassbender dimostra di aver meritato la Coppa Volpi a Venezia con la sua coraggiosa e totalitaria interpretazione, ma a brillare è Carey Mulligan, che, tra le tante cose, regala una versione di New York New York indescrivibile.
Shame è un film violento, viscerale, conflittuale, che si interroga sull’incapacità odierna di costruire relazioni sane senza fornire né giudizi né risposte. La reale vergogna è quella che prova lo spettatore, intrappolato come un voyeur nella vita di due anime tormentate.
La felicità è reale solo quando...
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