Silent Hill: Revelation 3D (2012, Michael J. Bassett)

A Silent Hill (1999) ci abbiamo giocato tutti, ma proprio tutti. Chi non ricorda quel brivido nel sentire le sirene, quella pioggia di cenere, quello strano ticchettio che avvertiva dell’avvicinarsi di qualcosa di mostruoso?

Ciò che più caratterizzava il primo gioiello della saga della Konami era il Male. Il Male in sé, quello che non ha bisogno di motivazioni o spiegazioni. Il Male atavico. Era questa la vera forza del videogame: non c’era la Umbrella Corporationcon le sue zozzerie virali, c’era solo un mondo parallelo, forse immaginario, popolato di mostri che poco avevano a che fare con origini terrene o quotidiane. Il Male. C’erano anche tante porte chiuse, eh. Ma tu dovevi sopravvivere, dovevi sopravvivere al Male senza star lì a farti troppe domande e dovevi salvare su memory card da 1 Megabit.

Il primo capitolo cinematografico, Silent Hill (Christophe Gans – 2006), risultò all’epoca una pellicola abbastanza riuscita: il prolisso e teatrale spiegone finale era bilanciato da un buon cast, dalle ambientazioni ad effetto, riprodotte in linea con la grafica di gioco, dai mostri antropomorfi e deformati (c’era persino il Grey Child), dalle infermiere senza volto. E c’era lui. Pyramid Head. Il Custode. Pyramid Head – che in realtà ha preso vita nel secondo capitolo del gioco, in rappresentanza di un concentrato di senso di colpa e frustrazione sessuale – faceva paura, cazzo. Pyramid Head era il Male e non è che qualcuno poteva dirgli “questo puoi sfracellarlo e quell’altro no, ‘che mi serve”. Non è che gli si poteva dire “quello non puoi violentarlo, è un mostro”. Lui sfracellava e violentava chiunque. Il. Male.
In Silent Hill: Revelation Pyramid Head diventa uno scagnozzo, uno che esegue gli ordini, diventa uno. E non fa più paura. Ma procediamo con ordine. Silent Hill: Revelation, ispirandosi al terzo capitolo della saga Konami, vede Heather/Sharon (Adelaide Clemens), sfuggita a Silent Hill grazie al sacrificio della matre (Radha Mitchell), costretta a farci ritorno per ritrovare il patre (Sean Bean). Ma il regista e sceneggiatore, Michael J. Bassett, ha pensato bene di alleggerire questo cliché con una originalissima trovata da teen movie: far accompagnare la giovane protagonista da un insistente profumo di love-story con il classico ragassuolo belloccio, Kit Harington (che usa anche qui la stessa espressione che ha sempre in Game of Thrones). Uno scivolone che costa caro e che va ad inserirsi tra le tante pecche della pellicola: la mancanza del passaggio definito tra luce e tenebre, l’assenza di ansia nella ricerca del patre, la penuria de il Male. Le scenografie restano d’impatto e coerenti con le grafiche di gioco, mentre la fotografia regala dei momenti molto suggestivi, ma questi aspetti non sono sufficienti a dare alla pellicola credibilità e solidità: non bastano a far paura. Pyramid Head libero!
La felicità è reale solo quando...
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2 Commenti:

  1. Rumplestils Kin 8 novembre 2012
  2. Vincent-san 8 novembre 2012

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