Skunk Anansie Live @ Parco Gondar – Gallipoli (LE)

Day Off 2013 Music Festival – 14/08/2013

Sei andato a vedere dal vivo una band che, secondo last.fm, fa alternative rock anni ’90, quindi sai che prima ti toccherà ascoltate tanto rock old school coi cantanti palestrati o coi cantanti capelloni che sbraitano e si scatenano, ma lo sai, te lo aspetti e li supporti pure, perché anche loro lo sanno che non ti frega più di tanto di come si chiamano. Quello che non ti aspetti, però, sono quarantacinque minuti di unz unz e pua pua privi di qualsiasi collegamento col concetto di musica. ‘Che io non lo so come si possa ascoltare certa roba. Non lo so come si possa, come tanti caproni-zombie, aspettare di cantare in coro quel “here we go“. Senti come pompa. Ora sia chiaro, non è mia intenzione offendere gli stupidi ascoltatori di questo schifo di musica, eh. Un po’ più di ironia, dai, su. Ce la ho persino io l’ironia: la techno fa schifo al cazzo. Ora passiamo alle cose serie.

Dalle 21:30 e sino all’avvento dell’ unz unz pua pua si alternano sul palco i Grace, energetici e fracassoni, i Misteri del Sonno, scia di un certo rock quasi cantautorale ormai estinto (a ragione) e i The Monkey Weather, che cercano di ingraziarsi il pubblico ripetendo che dopo ci saranno gli Skunk Anansie. Dopo, molto dopo, poco prima delle 00:30 (quindi in realtà il 15 agosto) ci sono davvero gli Skunk Anansie, ma prima, molto prima, vi suppate un allegro siparietto di fatti miei.

Inizio Siparietto di Fatti Miei

C’è un momento nella vita nel quale tutti (eccetto quelli che dicono “no, a me la musica piace tutta“, perché quelli sono idioti e ascoltano la techno) decidiamo cosa essere. Decidiamo di essere folk, alternative, metal, punk, e qualcuno, inspiegabilmente, decide persino di essere christian rock. Ovviamente col passare del tempo i gusti e la ricerca possono cambiare, si può passare dall’essere hard rock ad adorare i tizi barbuti con l’ukulele, ma si ricorderà sempre qual è stata la nota, la melodia, il cambio di ritmo o il verso che ti ha fatto capire che no, Vasco Rossi e i Take That col piffero che ti piacevano. Per me quel momento è stato, a tredici anni, l’ascolto di Paranoid & Sunburnt (1995), primo album della band e simbolo, all’epoca, della lotta contro. Contro il razzismo, il sessismo, la religione, il sistema e pure un certo tipo di brit-pop… A diciassette anni, subito dopo l’uscita di Post Orgasmic Chill (1999) avrei pagato qualsiasi cifra per vedere gli Skunk Anansie dal vivo, ma non era il momento, perché non è mai il momento.
Nel frattempo si erano ritagliate un posto nel mio fragile e tenero cuoricino altre band, tra cui i Placebo, con Without You I’m Nothing (1998). Ho avuto modo di vedere i Placebo dal vivo quasi tre anni fa, senza aver neanche ascoltato Meds (2006) e Battle for The Sun (2009): hanno attaccato a suonare mezz’ora prima del previsto ed hanno chiuso in quaranta minuti, senza regalarci Special K, ma vabbé, noi siamo terroni e loro inglesi, è giusto così.
Quando gli Skunk Anansie si sciolsero, nel 2001, ero convinta che non li avrei mai visti dal vivo e che il nostro grande amore sarebbe scemato così, nella dimenticanza reciproca di un rapporto logoro. Ero oramai maggiorenne ed ero già passata dall’alt rock all’alt F4, indirizzandomi verso l’indie rock (nel 2001 usciva infatti Is This It? dei The Strokes) e tipi di alternative che ancora oggi risulta difficile classificare (nello stesso anno usciva robba bella e robba buona – di allora – di SOAD, Incubus e Muse che potete trovare qua, se proprio c’avete voglia). Invece poi il Fato ha deciso che avrei potuto vedere gli Skunk Anansie a quindici chilometri da casa, ma anche in questo caso due album e dieci anni dopo la mia sfrenata adorazione. Tutto questo per dire che Wonderlustre (2010) e Black Traffic (2012) non li ho nemmeno scaricati (pirata). 

Fine Siparietto di Fatti Miei

Mark, Ace, Cass e Skin compaiono sul palco sulle note di The Skank Heads, da Post Orgasmic Chill (1999), e risulta subito chiaro che i quattro possono anche mettersi lì a scrivere le ballatone orecchiabili da passare in radio, ma amano troppo il suond hard per riuscire a nasconderlo dal vivo. Dopo poco segue, con mio immenso consenso, Twisted (Everyday Hurts), da Stoosh (1996), che si rivela uno sconvolgimento totale di corpo ed anima: Skin (Deborah Anne Dyer), nella sua sensualissima tutina sbrilluccicosa, non sta ferma un attimo e tira fuori urla ed acuti oltre i limiti umani. Ho sempre detestato l’espressione “animale da palcoscenico”, ma è davvero arduo non usarla parlando di una personalità come la sua, dedita, in tutto e per tutto, allo show, alla serata, al momento. Ha disimparato i bestemmioni (sappiamo che sa) ed imparato l’essenziale in italiano, l’inesauribile Skin: “ciao Sale’nno“, “tutti sciù“, “vi amo troppo” e “scopate“.
I quattro inglesi si giocano presto Secretly, tratto da Post Orgasmic Chill (1999), album – il terzo – che li ha resi famosi al grande pubblico e dal quale estrapolano ben quattro brani per questa tappa del loro tour, lasciando a casa, però e purtroppo, quella perlina di Lately. Infilano God Loves Only You, Spit You Out, I Believed in You, My Ugly Boy, Because of You ed un paio di altri brani che non potevo riconoscere solo dal ritornello, per poi esplodere in Charlie Big Potato (1999), maestosa e potente come la conosciamo e forse anche di più. Altre grandi assenti sul palco sono la controversa Selling Jesus e la bellissima Tracy’s Flaw, tra i miei brani preferiti, che ovviamente non tirano quanto Hedonism (Just Because You Feel Good) (1996), che si accaparra, con mio estremo disappunto, i cori dei caproni-zombie di “here we go“.
La voce poderosa di Skin, il basso magnetico di Cass, la ruggente chitarra di Ace e la martellante batteria di Mark si dedicano anche ad un paio di brani datati, semisconosciuti ai più ed inaspettati, come Yes It’s Fucking Political (1996), I Can Dream e Weak (1995) per poi chiudere, dopo la sceneggiata decisamente poco british del “fuori fuori” con la famosissima You’ll Follow Me Down (1999) e l’energica Little Baby Swastikkka (1995). Un’esibizione imponente e appagante, quella degli Skunk Anansie a Gallipoli. Un’esperienza che pensavo di non poter e voler più vivere e che invece mi ha fatto riscoprire perché, tanti anni fa, avevo scelto loro come primo e sommo tramite per decidere cosa diventare.

C’è stato un istante, durante la bellissima Weak (“in this tainted soul, in this weak young heart, am I too much for you?“), nel quale ho avuto di nuovo diciassette anni; per un momento, pur già disillusa e cinica, ho creduto ancora che ci fosse, da qualche parte, qualcosa o qualcuno in cui credere. Poi la canzone è finita, hanno attaccato uno degli ultimi brani, mi sono guardata attorno e la magia si era già dissolta: avevo di nuovo i miei trent’anni, una cofanata di insicurezze e nulla in mano. E’ stato bello, però, anche solo per quell’istante.

La felicità è reale solo quando...
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Un Commento:

  1. Tomasi Remo 16 agosto 2013

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