The Boy (2016, William Brent Bell)

Sbrodolino Bollicino

Secondo alcuni sarebbe a causa di retaggio ancestrale, secondo altri sarebbe a causa della diffidenza in ciò che appare ambiguo (antropomorfo, però privo di vita), ma un dato è certo: le bambole fanno paura. “Pediofobia”, toh, esiste anche un nome per questa paura. Abbandonando per un attimo gli aspetti razionali, sembrerebbe che la fobia delle bambole possa avere anche un fondamento religioso: come riportato in questo interessantissimo articolo di Book and Negative, essa potrebbe essere causata dai loro occhi privi di anima. È ancor meno razionale la mia teoria preferita: proprio perché create a propria immagine e somiglianza da un uomo che gioca a fare Dio (secoli bui prima dell’avvento di The Sims, eh?), le bambole sarebbero il veicolo di elezione per i giochini del Diavolo e dei suoi amichetti.

Spesso, poi, nell’horror l’elemento bambola è associato alla ghost story: è lo spirito irrequieto di un bambino che torna a giocare con quanto di più caro aveva nella vita reale. Da qualunque prospettiva la si voglia vedere, le bambole mettono inquietudine ed a suo modo anche Brahms, il bambolotto porcellanoso di questo The Boy, fa paura, ma per certo non quanto avrebbe dovuto e voluto.

Brahms la Bambola Maledetta

Ciao. Sono l’attore più espressivo del film.

Nei suoi primi minuti, The Boy vorrebbe giocare ad emulare il recente Crimson Peak, portando in scena una tenuta vittoriana gotica ed oscura, triste e sfarzosa, tanto maestosa quando sofferente. Ma William Brent Bell, pur essendo oramai un veterano dell’horror (quello da quattro soldi de L’Altra Faccia del Diavolo) non è Guillermino nostro e trasforma dopo poco questa smania di mostrare in uno showinismo un po’ infantile e tanto spocchioso.

È in questa meravigliosa magione che la nostra (nostra?) Greta – Lauren Cohan, la Maggie di The Walking Dead – viene assunta per fare da baby sitter al piccolo Brahms, durante un non meglio precisato viaggio dei di lui genitori, gli Heelshire. Gli Heelshire però sono un po’ suonati ed invece di avere un puccioso bambino ottenne, accudiscono un sinistro bambolotto di porcellana che deve essere vestito, sfamato e messo a letto con tanto di preghiera e bacio della buona notte.

Lauren Cohan e il più espressivo Brahms

“Saresti tu quello più espressivo di me? Ma soprattutto… dove sto guardando?”.

Esiste infatti una lista di regole (rules, guy, ruuulez) da seguire fedelmente, un po’ come nel recente The Visit, anche se in questo caso manca del tutto la componente goliardica e volutamente pacchiana dell’ultimo lavoro (see, lavoro) di Shyamalan. A dirla tutta, dallo stile del regista indiano il film in questione prende in prestito anche un importante leitmotiv, il plot twist, ma a questo ci arriviamo tra poco.

Nella sua prima parte questo The Boy regge bene la tensione, più per merito degli elementi portati in scena (la casa spettrale, il bambolotto dispettoso, gli incubi ricorrenti) che grazie ai talenti chiamati in causa. D’altra parte però la protagonista ci sottopone a tutte le classiche azioni da cretinetta da horroretto: cammina scalza, indossa sottovesti di raso, accende candele, va in soffitta di notte, fa la doccia, flirta spudoratamente con l’unico maschio nel raggio di chilometri e arriva anche a fare petting (ohibò), come se Scream e Craven non fossero mai esistiti.

Lauren Cohan in The Boy

“Torno subito (cit.). Ma soprattutto… dove sto guardando?”.

Nella sceneggiatura dell’esordiente Stacey Menear l’analisi introspettiva dei personaggi, di fatti, è praticamente nulla. Di Malcolm, il ragazzo delle consegne, sappiamo poco e nulla, perché il suo ruolo nella pellicola è quello di fare da spalla nei dialoghi con Greta. Quello che sappiamo di lei, invece, lo dobbiamo a quei momenti in cui la Cohan guarda nel vuoto con aria sofferente e inizia lo spiegone al telefono con l’amica. Fa niente, dai, c’è il bambolotto, mi sono detta.

Perché c’è stato un momento nel quale ho sperato in questo The Boy. La nostra (nostra?) giovane Greta, fragile, in fuga da un passato violento, in un mix di paura e tenerezza inizia a credere alla storiella di Brahms e del bambolotto. Proprio in quel frangente il suo ex-fidanzato, violento ed estremamente somigliante ad un dothraki, sembra essere sulle sue tracce. Dai, Stacey, fammi rimangiare tutto, fammi vedere questa lotta tra il Male vero e quello presunto, dammi ciò che voglio, dimmi qualcosa che ancora non so.

Ben Robson e Laren Cohan in The Boy

I dothraki sono poco raccomandabili. It is known.

E invece no, proprio quando ero pronta a rivalutare il film è sopraggiunto il plot twist o, per dirla come mangio, il colpo di scena. Sia chiaro, il problema di The Boy non sta nello stravolgimento della trama (che anzi, alla fin fine è anche gradevole e quasi inaspettato), sta nel fatto che il colpo di scena, quel colpo di scena, non basta a reggere un film recitato in maniera sommaria, basato su cliché triti e ritriti e che per di più si prende troppo sul serio, privandosi di quegli aspetti volutamente o involontariamente divertenti che non possono far altro che arricchire il genere.

È che con un film costato dieci milioni di dollari dovresti andare oltre il jumpscare e i giochi di ombre; con quella cifra dovresti come minimo tenermi lontana dal reparto giocattoli per, toh, tre giorni.


Il Poster di The Boy

The Boy (U.S.A. – Canada, 2016)

Regia: William Brent Bell
Sceneggiatura: Stacey Menear
Fotografia: Daniel Pearl
Montaggio: Brian Berdan
Musiche: Bear McCreary
Cast: Lauren Cohan, Rupert Evans, Ben Robson, et al.
Genere: horror, thriller, bambole maledette
Data d’uscita italiana: 12 maggio 2016
Se ti piace guarda anche: The Conjuring – L’Evocazione (2013)Annabelle (2014).

La felicità è reale solo quando...
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4 Commenti:

  1. Jean Jacques 7 giugno 2016
    • StepHania Loop 9 giugno 2016
  2. Marco Grande Arbitro 7 giugno 2016
    • StepHania Loop 9 giugno 2016

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