The Following – Prima Stagione

20 Years Ago We Had Johnny Cash, Bob Hope and Steve Jobs. Now We Have No Cash, No Hope and No Jobs. PLEASE Don’t Let Kevin BACON Die.
L’ex agente dell’FBI – attualmente alcolizzato – Ryan Hardy viene reingaggiato dall’agenzia come consulente per un caso che ben conosce,
quello di Joe Carroll, serial killer colto, scaltro e fresco fresco
d’evasione, che aveva dato, otto anni prima, un’interpretazione un
tantinello deviata e ancor più sanguinaria alle opere di Edgar Allan Poe:
già già, so 90s and so cool. Questo gioco crudele e d’intelletto tra il bene e il male, questo script che
sembrava aver voglia di osare e questa serie che inizialmente prometteva davvero bene si perdono qua e là per strada in un estenuante slalom tra cliffhanger evitabili e personaggi per niente approfonditi. 

The Following si proponeva originariamente come il poliziesco punto di incontro tra il vecchio e il nuovo, dove il vecchio viene rappresentato dai personaggi principali: Ryan Hardy (Kevin Bacon), alcolizzato, tormentato, esiliato dall’agenzia e con una vita di lutti alle spalle contro Joe Carroll (James Purefoy), serial killer colto, raffinato, appassionato oltremisura di Edgar Allan Poe e cattivo fino in fondo. Il nuovo viene rappresentato invece dai metodi: le moderne tecniche di indagine dell’FBI devono vedersela con i giovani hacker nella setta di Joe Carrol, reclutati, tra l’altro, tramite il perverso mondo di internette. Carta vs Byte.
Invece, dopo un pilot che aveva lasciato ben sperare, la serie rallenta, inciampa, per poi cercare di riprendersi verso la fine. Lo stacco tra l’idea originaria ed il resto della serie è reso quasi patetico sia dalla improvvisa comparsa di personaggi fondamentali tenuti del tutto nascosti, sia dalla sostituzione, attraverso uno schiocco di dita della sceneggiatura, dell’agente federale addetta al caso, che dal secondo episodio viene rimpiazzata, con un altro nome ed un altro personaggio (Debra Parker), dagli occhioni castani più belli mai visti sul piccolo schermo: quelli di Annie Parisse.
Le cadute di stile cui si assite nei quindici episodi sono per lo più a livello di scrittura: oltre ad agenti federali un tantinello rimbambiti, che non sospettano un depistaggio neanche a dirglielo prima, tocca incontrare, a quasi metà serie, personaggi importantissimi che spuntano fuori senza che nessuno prima li avesse neanche nominati, cliffhanger che ‘nsomma anchebastadai e personaggi potenzialmente interessantissimi, ma mai approfonditi a dovere. D’altro canto, però, The Following analizza delle componenti molto importanti a livello sociologico: Joe Carrol assolda, attravero l’ausilio del perverso mondo di internet, la sua setta di individui emarginati, psicopatici e socialmente dissociati, che lo seguono ciecamente, anche a costo della propria vita. Sono proprio i cattivi i personaggi più carismatici della serie, dalla donna che si trafigge in commissariato, alla pischella che risponde all’interrogatorio con delle filastrocche, fino al personaggio più imprevedibile, inaspettato, fastidioso e forse meglio riuscito: quello di quella soccola di Emma (Valorie Curry).
Oltre al già citato e – sempre – bravissimo Kevin Bacon, ci si trova davanti la recitazione non troppo riuscita di James Purefoy e numerose guest star, o, in alcuni casi, one episode stand: Maggie Grace (Lost), Marin Ireland e Amy Hargreaves (Homeland), David Zayas (Dexter), ma soprattutto c’è uno che si chiama Nico Tortorella.
Non resta che aspettare e sperare che gli sceneggiatori lascino da parte la sorpresa a tutti i costi e si concentrino sugli spunti interessanti (che comunque non mancano) nella seconda stagione, confermata, per altri quindici episodi, dalla Fox.
La felicità è reale solo quando...
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3 Commenti

  1. Nico Donvito 24 giugno 2013
  2. Mr Ink 24 giugno 2013
  3. MrJamesFord 24 giugno 2013

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