The Killing – Terza Stagione (2013, AMC)

Everything is Moving Slowly, but Happening so Quickly, Too.

E’ passato un anno dalla risoluzione del caso Rosie Larsen. Sarah Linden (Mireille Enos) ha smesso di fumare, non è più una detective, lavora al molo al minimo salariale e sembra aver trovato la serenità con un ragazzo molto più giovane di lei. Certo. Stephen Yo! Holder (Joel Kinnaman)
ha anche lui smesso di fumare, deve fare l’esame da sergente tra un mese, ha messo via la felpa e va in giro in giacca e cravatta adesso. Certo.

Un’adolescente, una figlia di nessuno, una ragazza ai margini, una
prostituta viene ritrovata stuprata e sgozzata, quasi decapitata, in un
vecchio magazzino. Un dito le è stato dislocato post mortem,
probabilmente per consentire al suo assassino di prelevarle l’anello
come trofeo. Holder, indeciso se cedere il caso o meno ad un
chiattoncello mal vestito, nota un collegamento con un precedente caso
di Linden, il caso che già conosciamo, quello la cui risoluzione la
aveva assillata, consumata e distrutta e cui si accenna spesso nelle prime due stagioni: il caso del bambino. Il caso
dei disegni. Ma Linden non vuole saperne. Non più. Certo.
Il caso dei disegni è in realtà l’omicidio di Trisha Seward, donna e madre brutalmente assassinata davanti agli occhi del figlio. L’anello di Trisha non è mai stato ritrovato, ma il suo omicidio ha già un colpevole: Ray Seward (un immenso Peter Sarsgaard, Jarhead, An Education). Strano tipo, Seward. E’ stato condannato a morte. Sta per essere giustiziato: impiccagione, come da lui stesso richiesto. Nell’impiccagione, se a causa di un errato calcolo del peso non si riesce a provocare la dislocazione delle vertebre cervicali, al condannato occorrono almeno sei (estenuanti) minuti per morire per soffocamento. Lo sa bene Francis Becker (Hugh Dillon), responsabile del braccio della morte e personaggio ambiguo, a metà strada tra Percy Wetmore e il capo Edgecomb (The Green Mile).
Torna la pioggia, tornano gli orribili maglioni di Linden e la scurrile
dialettica di Holder, torna quella regia fredda e pulita, che
accompagnandosi ad una sceneggiatura credibile e possente, va ad in
inquadrare, questa volta, sorrisi tristi di ragazzine costrette a
vendersi per trovare un posto in cui passare la notte. Eppure questo nuovo omicidio ha tanti, troppi punti in comune con quello di Trisha Seward… E se Ray Seward, pur essendo un sadico violento, non avesse ucciso sua moglie? Intanto scompare un’altra ragazza, Kallie Leeds e la sua migliore amica, Bullet (Bex Taylor-Klaus) cerca, a suo modo, di collaborare con Holder nelle ricerche. La mappatura emotiva di questa stagione si rivela molto più imponente e disarmante delle due precedenti: Kallie e la sua scomparsa, la strafottenza della madre, l’enigmatico Pastor Mike, l’ingenuità di Lyric e l’ambiguo personaggio di Twitch, la rabbia e la determinazione di Bullet, la presunta colpevolezza di Seward, i traumi di suo figlio Adrian, il nuovo partner di Holder, Reddick, il capo Skinner (Elias Koteas) e la sua relazione con Sarah. Un intricato plot che si innesta magistralmente lungo i dodici episodi della serie, senza cadere mai nella banalità, senza forzare la mano, senza deludere.
Vediamo riaccendersi l’ossessione sul volto di Linden assieme alle sigarette, che si succedono numerose sotto il solito cielo grigio di Seattle. Vediamo Holder tornare a parlare di quelle sue incoerenti abitudini alimentari con indosso la solita felpa. Ma siamo lontani dai casinò indiani e dai salotti della politica: questa volta conosciamo i margini, osserviamo gli scarti, sociali quanto urbanistici. E come sempre in The Killing, il tempo è il protagonista indiscusso: non vediamo più gli episodi scandire le giornate (come nelle due precedenti stagioni), ma viviamo apparentemente un’attesa massacrante, anche se in realtà tutto scorre troppo velocemente e Linden ed Holder non hanno tempo, perché l’assassino potrebbe colpire di nuovo, così come non ne ha Ray Seward, perché sta per essere giustiziato. Tutto sembra essere così fermo e al contempo così frenetico fino a che, pur avendo visto episodi degni di memoria (come il 3×08, Try, e il 3×09, Reckoning, diretto, Signori Miei da Jonathan Demme), non si arriva al decimo episodio della serie, Six Minutes, in cui lo script di Veena Sud si diverte a farci le capovolte sul cuore più di una volta e il cast si rivela uno dei migliori sulla piazza: da Mireille Enos, sempre più brava ed in grado di esprimere quel mix di determinazione e senso di colpa tipico del suo personaggio, a Joel Kinnaman, che concentra in Holder il suo essere un cazzone col suo essere ipersensibile e sa rendere l’idea della devastazione del suo animo con un solo frame, fino a Peter Sarsgaard, fottutamente bravo nel rendere giustizia ad un personaggio che (forse) sta per subirla.
In un crescendo emotivo e stilistico difficile da descrivere si arriva così al doppio season finale, in cui, come promesso dagli autori, viene svelata l’identità dell’assassino. Per quante congetture si possano fare, il colpevole non può essere sospettato se non prima degli ultimi quaranta minuti e sebbene venga fermato, non c’è riscatto per Sarah, né per Holder, né per le povere vittime. Non si può lottare né contro il tempo né contro il destino. Non esiste medicina per quel dolore tremendo, continuo, distruttivo. No, no, no.

U.S.A. – messa in onda: dal 02/06/2013 al 04/08/2013 su AMC.
ITALIA – programmazione: buono a sapersi.
La felicità è reale solo quando...
Condividimi!

E tu cosa ne pensi?