True Detective – Prima Stagione (2014, HBO)

Life’s Barely Long Enough to Get Good at One Thing.

Finalmente approda anche su queste pagine True Detective, nuova serie targata HBO (hai detto niente?!), osannata da pubblico e critica, chepperò, a dirla tutta, deve più di qualcosa a quell’altra serie che nessuno si filava e che quindi è non è stata rinnovata.

Finalmente approda anche su queste pagine True Detective, nuova serie targata HBO (hai detto niente?!) e concepita come un’antologia, ovvero un prodotto seriale nel quale ogni stagione (si vocifera già della seconda) avrà il suo cast, i suoi protagonisti ed il suo caso. In questa prima tornata di otto episodi conosceremo i Detective Hart e Cohle, le loro vite e le loro indagini pluridecennali su di un serial killer operante in Lousiana sin dal 1995. Messa così sembrerebbe il classico poliziesco procedurale, in realtà True Detective vira quasi subito verso una connotazione filosofico-esistenzialista. Ma procediamo con ordine, analizzando punto per punto gli aspetti che rendono questa serie imperdibile (e anche quell’aspetto lì, un po’ bruttino, ma un po’ no).

YEAH BITCH

L’intreccio temporale.

La serie si apre più o meno nel quasi presente (2012) con un’intervista – che poco dopo scopriremo essere un interrogatorio – ai due detective (Hart e Cohle) su di un caso da loro probabilmente irrisolto nel 1995. Questo passato, non senza salti temporali, diventa man mano meno passato (2002) fino a ricongiungersi al presente e proseguire con esso. Tale intrigante intreccio di piani temporali fa sì che possano essere sfruttati diversi valori aggiunti: si passa dalle ricerche cartacee a quelle digitali per poi – ironia della sorte – tornare agli archivi polverosi non presenti nei database. Inoltre le diverse contestualizzazioni vengono elegantemente rese indubbie dalle differenze fisiche ed espressive dei personaggi, infatti…

I personaggi.

I due detective, protagonisti indiscussi della serie, sono interpretati da attoroni del calibro di Woody Harrelson (Marty Hart) e Matthew McConaughey (Rusty Cohle), ma aldilà dell’indiscussa bravura dei due (e di tutto il cast, che include anche Michelle Monaghan), la caratterizzazione dei personaggi va oltre qualsiasi aspettativa. Nati quasi come stereotipi, ben presto i due protagonisti si distanziano dal cliché e invertono i loro ruoli, passandosi un ideale testimone del poliziotto istintivo e distaccato, pronto a sporcarsi le mani per il bene e per la giustizia. A contrapporsi a Marty Hart (Harrelson) – esteriormente poliziotto, marito e padre modello, legatissimo alle apparenze e apparentemente cauto e riflessivo – troviamo Rust Cohle (McConaughey), uomo dal passato oscuro e doloroso, tormentatissimo nel suo perenne gorgogliare nel nichilismo assoluto. Il che ci porta a…

La filosofia di vita di Rust l’esattore.

Rust – Rusty – Cohle è il Detective anni ’90. Immaginario figlio del Detective Somerset di Se7en e dell’Agente Starling de Il Silenzio degli Innocenti, l’allucinato Cohle coltiva disillusione e tormento, sciorinando massime a destra e a manca, nel passato e nel presente. Arrabbiato con gli ideali della religione e l’evanescenza dei sentimenti umani, questo personaggio ha dispensato sentenze degne d’essere stampate e conservate come monito futuro. D’altra parte, fortunatamente, la sua filosofia di vita è diventata motivo di derisione e giubilo da parte dei perversi utenti del perverso mondo di internet, che si sono prodigati in una serie di parodie dissacratorie effettivamente divertenti.

Matthew McConaughey.

McConaughey era uno che faceva le pubblicità semignudo e i film con Jennifer Lopez. Alzi la mano chi dieci anni fa gli avrebbe dato più di una parte in una commedia sentimentale-sessuale con la Aniston. Invece è successo qualcosa – per me questo qualcosa è coinciso con una coscia di pollo fritto in Killer Joe, ma non escludo che sia successo prima – che ha fatto di McConaughey non solo un attore bravo, ma uno degli attori più in gamba sulla piazza. Sfortunamente in contemporanea è anche diventato un cesso, ma chissene. Il suo Rust Cohle (personaggio di gran lunga più complesso di quello interpretato dal comunque bravissimo Harrelson) risulta caratterizzato in ogni minimo gesto: dalla postura con il registro tra le mani del 1995 allo sguardo del 2012, mentre con una mano apre un’altra birra e con l’altra porta a passeggio l’ennesima sigaretta. Un’interpretazione talmente riuscita che sembra già certo che il nostro Matthew McConaughey, fresco di Oscar per Dallas Buyers Club, possa portarsi a casa l’Emmy.

La Louisiana.

La Louisiana, che è un po’ il Salento degli States in quanto ad arretratezza e bigottismo, ricopre un ruolo di primo ordine al punto tale da sembrare un personaggio a sé. Lo stesso genere da cui True Detective sembra prendere lo spunto basilare – il crime old school, adesso ci arriviamo – si nutre di periferie, degrado ed ignoranza, di cieca fede religiosa e agganci politici. Quindi quale miglior ambientazione per una serie che parte all’interno di caselle ben definite, per poi violentarle e rompere tutti gli schemi? Quale migliore location poteva accennare al doloroso Katrina come appiglio di fascicoli mancanti e momento privo di leggi e sicurezza, portando nella fiction i traumi e le emergenze reali?

La componente crime.

La serie sembrerebbe, di tanto in tanto e solo apparentemente, perdere di vista il suo carattere poliziesco in favore dell’analisi dei suoi personaggi. In realtà, invece, la componente crime – attinta a piene mani dalla fortunata corrente anni ’90 – serpeggia costantemente all’interno della narrazione, disperdendosi talvolta in quei cliché brutali che riempiono di gioia il tenero e fragile cuoricino degli amanti del noir straziante e truculento stile old school.
Inoltre, l’identità del killer sarà palese pochi secondi prima che la regia e lo script lo sottolineino, ed in quel momento lo spettatore attento (e se è arrivato fin lì, lo spettatore deve essere attento) avrà voglia di autoflaggellarsi, perché quel personaggio lo aveva già visto diversi episodi (e diversi anni) prima, ed anche in quel caso la regia aveva indugiato un attimo, mentre lo script aveva addirittura scherzato, lasciando allo spettatore quel senso di incompletezza e di disagio che non si riesce a spiegare o – come direbbe Rusty – quell’appunto sul registro che “ti fa fare oh e risolvi il caso“.

Finalone al cardiopalma.

Ogni poliziesco che si rispetti deve culminare nell’azione, in quel momento nel quale i poliziotti buoni mettono a rischio la propria vita per fermare il cattivo. In realtà in True Detective i poliziotti non sono buoni, ma il cattivo è cattivo tavero. Volendo essere pignoli, di finaloni al cardiopalma questa serie ne contiene ben due (uno per ogni piano temporale), entrambi ugualmente efficaci e cardiopalmosi, entrambi momento di catarsi ed evoluzione di un personaggio.

La realizzazione.

La serie è stata ideata e scritta da Nic Pizzolatto, noto al pubblico seriale per aver scritto alcuni episodi di The Killing (N.B.: dall’inizio di questo post sto cercando con tutte le mie forze di trattenere tra le dita il parallelo con The Killing, anche se è difficile non accennare al debito che questa serie ha circa la caratterizzazione dei perAAAH!). Pizzolatto sa scrivere, sa scavare a fondo nell’animo umano e sa stuzzicare lo spettatore con i richiami gotici a  Robert W. Chambers (il “Re Giallo” e “Carcosa”), ma una buona storia resta tale senza una degna realizzazione. Ad una messa in scena esemplare contruibisce di sicuro la preparazione degli interpreti, ma anche la direzione autoriale di Cary Fukunaga (regista del Jane Eyre del 2011 con la Wasikowska), che ci regala movimenti di macchina e pianosequenza da brivido.

SO & SO

Il ritmo.

Se proprio si volesse trovare un difetto a questa originale serie targata HBO, andrebbe cercato nella gestione del ritmo, che, contrariamente a quella dei piani temporali, tende ad essere altalenante, soprattutto nella prima metà di questa stagione. D’altro canto, però, lo spettatore che riuscirà ad adattarvisi avrà modo di essere ricompensato, dato che nella seconda parte della serie ogni dialogo, ogni dettaglio ed ogni analisi psicologica fino a quel momento considerati mere digressioni, entreranno in gioco a determinare le sorti della partita.

PLEASE, DON’T

Le sigarette.

Chi stesse cercando di smettere di fumare, farebbe bene a stare lontano da questa serie. Il quantitativo di sigarette accese e fumate da Rust Cohle (McConaughey) va aldilà di quanto un essere umano sia mai riuscito a quantificare in una vita intera. E no, questo non è un “ommioddio, è diseducativo” o un “si poteva rendere in altro modo”, perché quella compulsività e quell’ossessione ben si accostano al personaggio cui appartengono. Questo vuol essere proprio un “se state cercando di smettere di fumare, non guardate True Detective. Oppure mettete in conto che una delle due cose non vi riuscirà”. 
Sto diventando anch’io una piccola Rusty, vero?


True Detective – Season 1 (U.S.A. 2014)
Ideato da: Nic Pizzolatto
Sceneggiatura di: Nic Pizzolatto
Regia di: Cary Joji Fukunaga
Cast: Matthey McConaughey, Woody Harrelson, Michelle Monaghan, Michael Potts, Tory Kittles
Genere: thriller, crime, neo-noir (dicono)
Programmazione in U.S.A.: dal 12/01/2014 al 9/03/2014 su HBO
Programmazione in Italia: baaah (come dice lo spot dell’HBO)
Se ti piace guarda anche:
Hannibal (2013), Low Winter Sun (2013), ma soprattutto…
The Killing (2011/13) cazzo.
La felicità è reale solo quando...
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6 Commenti

  1. Mr Ink 29 marzo 2014
    • StepHania Loop 31 marzo 2014
  2. James Ford 30 marzo 2014
    • StepHania Loop 31 marzo 2014
  3. Marco Goi 31 marzo 2014
    • StepHania Loop 31 marzo 2014

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