The Tunnel, di Carlo Ledesma

No, Google, Non Quel Tunnel, Un Altro.

La storia di questa piccola produzione australiana ha inizio quando gli sceneggiatori (Tedeschi e Harvey) e il regista, Carlo Ledesma, guardandosi in faccia (io c’ero) decidono di mettere sù la 135K Project e vendono in rete i 135.000 frames del film ad un dollaro l’uno, riuscendo ad accumulare la grana per girare la pellicola professionalmente. Una volta terminato il lavoro, i tre si guardano nuovamente in faccia (io nuovamente c’ero) e si dicono: “ehi, cazzo, ma perché a questo punto non mettiamo a disposizione The Tunnel via torrent? Figaaata!“. Parte così uno dei prodotti più indipendenti della storia del cinema, che si avvale della Paramount solo per la distribuzione in DVD. Il torrent del film è scaricabile dal sito ufficiale (la donazione è facoltativa) e i sottotitoli si trovano su OpenSubtitles. Stiamo facendo la storia (noi), mentre loro si guardano ancora in faccia.

A Sidney il governo insabbia loscamente il progetto di utilizzare, nella risoluzione di un’emergenza idrica, il lago sotterraneo situato nelle vecchie stazioni della metropolitana in disuso da anni. Il fatto che oltretutto lo stesso governo neghi l’evidente utilizzo di questi tunnel da parte degli homeless e la reazione di uno dei senzatetto alle domande circa tali tunnel fanno sì che Natasha Warner (Bel Delià), giornalista con l’acqua alla gola () alla ricerca dello scoop che salvi la sua carriera, convinca i suoi collaboratori (Steve, cameraman, Tangles, fonico, e Peter, giornalista) ad infiltrarsi aumma aumma nei sotterranei, senza disporre dei permessi necessari. La pellicola, ovviamente in stile mockumentary, si articola visivamente tra le riprese iniziali della camera di sorveglianza della redazione, le riprese della troupe tramite le due camere a mano (una ad infrarossi) nei sotterranei, alcune camere fisse situate esternamente ai tunnel, ma anche attraverso le immagini delle interviste di due dei protagonisti, che raccontano la loro storia e commentano i filmati: di conseguenza, sin dall’inizio, lo spettatore intuisce chi sopravviverà. Questa penalizzazione dell’effetto sorpresa non sminuisce il film nel suo complesso, che si divincola in maniera interessante tra una prima parte documentaristica (la troupe si imbatte in ripari antiatomici, in rifugi utilizzati dai soldati durante la seconda guerra mondiale, in strane campane usate come allarmi anni e anni prima) e la parte prettamente horror, nella quale, fortunatamente, non si concede eccessi e gioca su buoni ritmi, incentrandosi attorno ad un unico grande predatore dal quale fuggire e sfruttando magistralmente la visuale tramite le camere a mano. Un mockumentary sulla scia (neanche a dirlo) di [Rec], con troupe televisiva, cameramen professionisti e giornalista scassapalle, cui aggiunge la sensata necessità di dover documentare tutto per paura di un eventuale processo e la presentazione del film in sè come un documentario già bello che terminato. Un buon progetto, una bella tecnica, una recitazione discreta rendono questa perlina dell’indipendent un prodotto niente male, che si spera apra la strada per qualcosa di più.
La felicità è reale solo quando...
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